6 AGOSTO, HIROSHIMA E NAGASAKI

Il 6 Agosto 1945, alle ore 8:15 del mattino, un bombardiere dell’aviazione degli Stati Uniti sganciò sulla città di Hiroshima la bomba all’uranio “Little Boy”, dotata di un paracadute che poco dopo si aprì rallentandone la caduta, per dare il tempo al bombardiere ed al suo equipaggio di mettersi a distanza di sicurezza.

La bomba esplose 43 secondi dopo a circa 500 metri dal suolo come progettato, al fine di massimizzare il danno.
L’effetto dell’esplosione fu pari a quello di tredicimila tonnellate di tritolo, cioè tredicimila delle più grandi bombe impiegate nella seconda guerra mondiale. La bomba distrusse qualsiasi cosa nel raggio di 2 km, circa il 90% dei palazzi della città furono abbattuti o gravemente danneggiati, 90.000 persone morirono all’istante e molte altre morirono in seguito per effetto delle radiazioni.

Alla fine del 1945 a Hiroshima il numero delle vittime della bomba arrivò a 140.000. Tre giorni dopo, il 9 agosto, alle ore 11:02 del mattino, una seconda bomba, chiamata “Fat Man”, venne sganciata su Nagasaki. “Fat Man” era più grossa e più potente di “Little Boy”: la forza distruttiva fu equivalente a quella di 21.000 tonnellate di tritolo.
Uccise all’istante circa 70.000 persone.

APPUNTAMENTO LUNEDI’ 6 AGOSTO

COMO, MONUMENTO ALLA RESISTENZA EUROPEA

ORE 11

CERIMONIA COMMEMORATIVA DEL BOMBARDAMENTO DI HIROSHIMA E NAGASAKI

TUTTI GLI ISCRITTI SONO INVITATI A PARTECIPARE

Il monumento alla Resistenza Europea raccoglie pietre provenienti da Hiroshima e dai maggiori campi di sterminio.

27 LUGLIO,CIAO VISONE

Giovanni Pesce

E’ TRASCORSO UN LUSTRO DALLA SCOMPARSA, IL 27 LUGLIO 2007, DEL  LEGGENDARIO COMANDANTE PARTIGIANO GIOVANNI PESCE.

Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare.

Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi che combatterono in Spagna contro Franco. Venne ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro. Rientrato in Italia nel 1940, Pesce venne arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assunse a Milano, sino alla Liberazione, il comando del 3° G.A.P. Rubini, con il nome di battaglia ” Visone”. Come comandante della G.PA.P Giovanni Pesce organizzò e partecipò a numerose imprese rischiose, come ad esempio l’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino, fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, alle quali riuscì miracolosamente a sfuggire portando in salvo un compagno gravemente ferito.

Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Comitato nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi “Un garibaldino in Spagna” del 1955 e “Senza tregua – La guerra dei G.A.P.” del 1967, e un “libro della memoria” di 368 pagine intitolato: “Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia“, scritto dai giornalisti Gianantoni e Paolucci in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione.

In memoria di Giovanni Pesce è stata creata, 2 anni fa, nell’anniversario della sua morte, l’associazione Memoria storica- Giovanni Pesce. Gli scopi e agli obiettivi dell’associazione, è rendere omaggio, oltre che a Giovanni Pesce, alla Resistenza e a tutti i combattenti per la libertà.

http://www.memoriedispagna.org/

NON CHIUDERE IL TRIBUNALE MILITARE DI VERONA

“Non chiudere il tribunale militare di Verona”

“Non chiudere il tribunale militare di Verona”. Questo in estrema sintesi il significato della lettera che il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato al presidente  del Senato, ai presidenti delle Commissioni Bilancio e Questioni istituzionali del Senato, ai presidenti dei gruppi, al presidente del Consiglio, al ministro degli Interni, della Difesa, della Giustizia.

“Mi è giunta notizia – scrive Smuraglia – che nel provvedimento relativo alla “Spending Review” è stato presentato un emendamento per l’abolizione di alcuni Tribunali militari, fra cui quello di Verona. A nome mio personale e di tutta l’Associazione Naz. Partigiani d’Italia, mi permetto di fare presente che il Tribunale di Verona sta trattando – in fase conclusiva – alcuni processi relativi alle stragi nazifasciste del 43-45, con estremo ritardo (non dovuto al Tribunale, che invece è attivissimo), mentre sono ancora in corso alcune istruttorie relative ad altre stragi”.

“Abolire il tribunale di Verona, adesso, – spiega il presidente dell’Anpi – significherebbe costringere a ricominciare tutto da capo e bloccherebbe le istruttorie più avanzate. E questo sarebbe iniquo, considerando che se si trattano a questo punto, a 68 anni di distanza dei fatti, questi processi per orribili stragi è perché centinaia di fascicoli rimasero chiusi e inaccessibili per anni, in quello che è stato definito “l’armadio della vergogna”. Di quel fatto, il nostro Stato reca una responsabilità oggettiva (oltre a quelle soggettive ormai note); si assumerebbe una grande ed ulteriore responsabilità se ponesse sostanzialmente fine all’attesa di tanti familiari di vittime e di tanti cittadini, che, appunto, da molti anni aspettano giustizia e verità”.

“Il problema dell’organizzazione della giustizia militare esiste – rileva Smuraglia – ma non si può immaginare nulla di peggio del pensare di risolverlo adesso, nella situazione sopradescritta, con un emendamento nel corso di un provvedimento di natura strettamente economica.
Credo che si debba fare, anche per ragioni di umanità, ogni sforzo per impedire che si rechi un vero vulnus alla memoria delle vittime e alle attese di tanti cittadini”.

“Chiedo al Governo di intervenire – spiega infine il presidente dell’Anpi – perché l’emendamento non sia accolto, al Parlamento perché rinvii la questione dei Tribunali militari ad altro momento più opportuno, agli stessi proponenti perché ritirino l’emendamento in questione, comunque ai parlamentari perché – in caso di insistenza – non l’approvino. L’ANPI auspica vivamente che si comprenda il senso della presente e le preoccupazioni che la giustificano e ci si comporti di conseguenza, compiendo un’operazione, ripeto, di giustizia e di
umanità”

25 LUGLIO 1943

Sfiducia al Duce

• Il Gran consiglio approva un ordine del giorno presentato da Dino Grandi che nella sostanza sfiducia Mussolini. Nella stessa giornata il re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Pietro Badoglio capo del governo. È la fine del regime fascista. [Antonio Di Pierro]

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Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all’Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l’Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell’Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l’Italia, l’alleato debole della Germania.
Una situazione militare ormai allo sfascio, unita alle posizioni ormai contrarie al Duce del Fascismo della Casa Savoia, trovò uno sbocco naturale nel Gran consiglio fascista del 24 luglio, in cui – alle 3 del mattino del 25 luglio – venne approvato l’ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28). Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali” e l’invito al Duce di pregare il re “affinché egli voglia, per l’onore e la salvezza della patria, assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”: al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c’era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.
Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le “grandi manovre” del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.

La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l’edificio, mentre un’ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.

Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all’Isola della Maddalena.

Le notizie dell’arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt’Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.

ADOLFO VACCHI, LETTERA ALLA FIGLIA  (26 luglio 1943)

Mia cara figlia,
oggi è giorno di libertà, di redenzione, di
ebbrezza: qui a Milano sembriamo tutti ubriachi
ed i più assennati sembrano pazzi…
Gli altri non ci sono più, tutti sfasciati, non più
francobolli, non più ritrattoni gorilleschi e grotteschi.
Esultate, esultate!!
Oggi il popolo esplode dopo 249 mesi di oppressione
e di compressione: per me è il giorno più bello
della vita, così lungamente, tormentosamente
ma fiduciosamente atteso! Esultate!
Vorrei scrivere la lettera più bella che io abbia
mai scritto, bella come la libertà sognata e
di cui spunta l’alba, (scriverò con più calma)
ma sono stanco, sfinito, tu mi conosci e mi
capisci! “Viva la libertà!”
Non posso dire altro, non posso scrivere né
descrivere le 16 ore di tripudio personale e
collettivo. Il fascismo è stato travolto,
finito in un attimo, per sempre!
W la libertà
Tuo Adolfo
Tuo Padre
ore 15 del 26-7-1943 anno I dell’Era Nuova
credere obbedire combattere
capire sapere pensare

ALLARME COSTITUZIONE

    Allarme del Giurista Rodotà : Può un Parlamento di non eletti mettere mani
in modo così incisivo sulla Costituzione?
Pubblicato da ImolaOggi In risalto, NEWS, POLITICA giu 23, 2012

di Stefano Rodotà

UNA FASE COSTITUENTE PIU’ DEMOCRATICA

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza,
senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità  di guardare oltre l’
emergenza. è stato modificato l’ articolo 81 della Costituzione, introducendo il
pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’ anno scorso e uno del
gennaio di quest’ anno hanno messo tra parentesi l’ articolo 41. E ora il Senato
discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento,
governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona
manutenzione della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di
Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono
sopraffatte da richiami all’ emergenza così perentori che ogni invito alla
riflessione configura il delitto di lesa economia.

In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità
delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che,
negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non
possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perchè s’invocano
condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione
costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’ una
commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano
essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.

Con una battuta tutt’ altro che banale si è detto che la riforma dell’ articolo
81 ha dichiarato l’ incostituzionalità  di Keynes. L’ orrore del debito è stato
tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni
ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche
restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi
Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio
la possibilità  di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato
nei principi costituzionali.

La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione
tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni
Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’ uso accorto degli strumenti
della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul
pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la
maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità  di
esprimere la loro opinione con un referendum. Il saggio invito non è stato
raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’ occhio invitando a
considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del
pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme
costituzionali.

Privati della possibilità  di usare il referendum, i cittadini, se questa è la
proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’ iniziativa popolare
che preveda l’ obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato,
regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della
spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’ istruzione,
alla salute, com’è già  previsto da qualche altra costituzione. Non è una via
facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno
ritrovare la parola.

L’ altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’
articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo
quello dell’ iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla
concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero
fondativi, che in quell’ articolo si chiamano sicurezza, libertè , dignità  umana.
Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide
direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in
Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero
norme così pericolose. è con questi spiriti che si vuol giungere a un
intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo
i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche
riguardanti l’età  per il voto e per l’ elezione al Senato, correttivi al
bicameralismo per quanto riguarda l’ approvazione delle leggi, rafforzamento del
Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo,
introduzione della sfiducia costruttiva. Un pacchetto che desta molte
preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione,
esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a
richiamare l’ attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’
Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di
Libertà  e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni
generali.

Può un Parlamento non di eletti, ma di nominati in base a una legge di cui
tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel
nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla
Costituzione?

Può l’ obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere
affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea
seguita per la modifica dell’ articolo 81, arrivando a una votazione con la
maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità  di un intervento dei
cittadini? Quest’ ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non
dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di
cittadini che, con il referendum del 2006, dissero no alla riforma
berlusconiana. A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perchè mettono
in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale,
che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e
convenienze del brevissimo periodo.

Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione
forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini. Considerando più da vicino
il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse
assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la
questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di
distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il
ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del
Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una
parte, attribuisce a quest’ ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’
altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il
giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto
l’ ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’ iniziativa popolare. Trascura
la questione capitale dell’ equilibrio tra i poteri.

Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi
prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un
altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non
toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con
la modifica dell’ articolo 81, con la rilettura dell’ articolo 41, con l’
indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del
ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi
in discussione.