REFERENDUM: L’ IMPORTANZA DELLA VERITA’

Referendum: l’importanza della verità

Si va diffondendo, per fortuna, il convincimento che la campagna referendaria

debba svolgersi con civiltà, senza ricatti e senza pressioni “politicamente

scorrette”. Non va dimenticato, però, che un requisito importante, anzi

fondamentale, di una campagna civile è la verità. Le opinioni possono essere

diverse, ma sui presupposti di fatto non dovrebbero esserci dubbi. La verità,

prima di tutto. Mi capita, peraltro, di leggere su un grande quotidiano l’articolo

di un autorevole esponente del “SI” (Il confronto sul referendum e le ragioni

per votare “SI”) che mi sembrava muoversi sulla linea civile di cui ho detto. Ma

poi dopo aver sostenuto che una delle grandi difficoltà delle democrazia

occidentali è costituita dalle estraneità dei cittadini alla politica, si afferma che

vada particolarmente sottolineata “quella parte della riforma (del Senato) che

riconosce il diritto dei cittadini al referendum propositivo e a veder prese in

esame entro un determinato termine le proposte di legge di iniziativa popolare

che oggi finiscono in un cestino”. Due proposte, dice l’autore, che

rappresentano una novità che, insieme con una buona legge elettorale,

potrebbe riattivare il circuito virtuoso” tra società e politica”. Bene. Guardiamo,

però le norme in questione e ci accorgiamo facilmente che quel circuito virtuoso è molto di là da venire, perché il legislatore della riforma, che avrebbe ben

potuto dettare disposizioni precise, in tutti e due i casi, invece non l’ha fatto

rinviando l’attuazione dei principi enunciati sostanzialmente alle calende greche.

Leggiamoli: all’art. 71 attuale si aggiunge un comma in cui si parla del

referendum costituzionale propositivo, ma se ne rinviano “condizioni ed effetti”

ad una legge costituzionale. Questa è la prima delle due future novità.

Passando alla seconda, che riguarda l’iniziativa legislativa popolare, anche in

questo caso c’è un comma aggiuntivo all’art. 71, ma da un lato si scrive che “la

discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge di iniziativa

popolare sono garantite, nei tempi, nelle forme, e nei limiti stabiliti dai

regolamenti parlamentari (dunque ancora un rinvio alle calende greche, per

l’attuazione effettiva del principio); e dall’altro si moltiplica addirittura per tre il

numero delle firme richieste, appunto, per la presentazione di leggi di iniziativa

popolare. E in questo caso la trasformazione del numero di firme da 50.000 a

150.000 non è rinviata ma diventa di immediata applicazione. Davvero un

singolare modo per favorire la partecipazione a meno che non si intenda che

essa si risolva in una promessa, anzi in due promesse e in una norma

peggiorativa. Dunque siamo d’accordo di discutere sul merito, ma a condizione

che si dica la verità, tutta la verità sulle cosiddette “novità” che dovrebbero

risolvere il problema del circuito viziosoè molto di là da venire, perché il legislatore della riforma, che avrebbe ben

potuto dettare disposizioni precise, in tutti e due i casi, invece non l’ha fatto

rinviando l’attuazione dei principi enunciati sostanzialmente alle calende greche.

Leggiamoli: all’art. 71 attuale si aggiunge un comma in cui si parla del

referendum costituzionale propositivo, ma se ne rinviano “condizioni ed effetti”

ad una legge costituzionale. Questa è la prima delle due future novità.

Passando alla seconda, che riguarda l’iniziativa legislativa popolare, anche in

questo caso c’è un comma aggiuntivo all’art. 71, ma da un lato si scrive che “la

discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge di iniziativa

popolare sono garantite, nei tempi, nelle forme, e nei limiti stabiliti dai

regolamenti parlamentari (dunque ancora un rinvio alle calende greche, per

l’attuazione effettiva del principio); e dall’altro si moltiplica addirittura per tre il

numero delle firme richieste, appunto, per la presentazione di leggi di iniziativa

popolare. E in questo caso la trasformazione del numero di firme da 50.000 a

150.000 non è rinviata ma diventa di immediata applicazione. Davvero un

singolare modo per favorire la partecipazione a meno che non si intenda che

essa si risolva in una promessa, anzi in due promesse e in una norma

peggiorativa. Dunque siamo d’accordo di discutere sul merito, ma a condizione

che si dica la verità, tutta la verità sulle cosiddette “novità” che dovrebbero

risolvere il problema del circuito vizioso attualmente in atto tra cittadini e

istituzioni; circuito vizioso palesemente destinato a protrarsi ancora a lungo,

nonostante le affermazioni di principio che finiscono per essere, unite

all’aumento del numero di firme, meno ancora di un atto di intenzione e di

buona volontà.

Carlo Smuraglia, presidente ANPI Nazionale