ESEMPI DI CATTIVA POLITICA

La ”cattiva” politica dà altre prove di sé. A quando un cambiamento radicale?

a. in questi giorni, ancora nuovi esempi di come la politica finisca per allontanare i cittadini, anziché recuperarne la fiducia.

Da un lato, il già lungo iter della proposta di legge sulla tortura, che ci vede in grave ritardo rispetto a molti altri Paesi, si è interrotto, in Parlamento, ed in forma tale da far ritenere a buona parte della stampa che la questione si sia ormai avviata verso un binario morto.

Il fatto è grave e rischia, ancora un a volta, di minare alla base la credibilità della politica. L’Italia ha assunto l’impegno di introdurre il reato di tortura nel 1985, ratificando la Convenzione dell’ONU. Non ha adempiuto, tant’è che ha subìto una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, circa un anno fa, proprio per non aver ancora colmato la lacuna esistente nel nostro ordinamento penale. C’erano, dunque, mille ragioni per arrivare finalmente alla conclusione. Proprio a questo punto, nonostante le tante promesse, si è verificata una battuta di arresto, con ogni probabilità tutt’altro che temporanea.

Questo proprio in un Paese che dovrebbe essere “vaccinato” per aver fatto la drammatica esperienza della Caserma Diaz di Bolzaneto, (e non solo) oltre ad aver registrato, di recente, un gravissimo caso di “tortura” da parte di un gruppo di giovani a danno di un coetaneo. Ci sarebbe da essere scoraggiati; ma noi insisteremo a chiedere, a pretendere, che finalmente si adempia ad un obbligo, oltreché giuridico, anche morale. C’è bisogno, ancora una volta, di rassicurare i cittadini e non di deluderli incrinando ulteriormente la fiducia nei confronti delle istituzioni e della politica.

b. Il secondo caso, talmente clamoroso da essere stato definito, sulla stampa, come un “delitto perfetto”, è quello della negata autorizzazione, in sede giudiziaria, dell’utilizzo di alcune conversazioni telefoniche in cui è parte Silvio Berlusconi, nel procedimento cosiddetto “Ruby ter”. Si tratta di una serie di testimonianze, rese in altro processo, ritenute dai Giudici “false”, con conseguente trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, che ha proceduto (e il processo è in corso) contro alcune “olgettine” e contro alcuni imputati (fra cui Silvio Berlusconi) per induzione alla falsa testimonianza. In Parlamento, dopo alcune vivaci discussioni nella competente Commissione e trascorsi diversi mesi da quando la richiesta di autorizzazione era pervenuto alla Giunta del Senato (8.10.15), si è passati all’Aula; e qui è avvenuto l’incredibile.

Un certo numero di parlamentari di vari gruppi, ha chiesto – e ottenuto – che si procedesse con voto segreto; e la votazione ha dato un risultato non corrispondente alle forze in campo: si erano pronunciati per l’autorizzazione il Partito Democratico e il Movimento 5 stelle e i loro voti sommati, avrebbero rappresentato la maggioranza, che invece non c’è stata.

Un risultato assurdo e apparentemente inspiegabile. La stampa ha formulato non poche ipotesi, i sospetti si sono accavallati; naturalmente, non c’è una prova, perché il voto – appunto – era “segreto”. Resta il fatto che senza motivazione e nel segreto dell’urna, si è verificata una sorta di “salvataggio” di Berlusconi, in danno della giustizia. Un danno, peraltro, parziale perché ci sono altri elementi di prova che i Giudici dovranno valutare. Ma un danno, certo, d’immagine per la politica, che ancora una volta ha dato una cattiva prova di sé. Tanto più che si arriverà addirittura al ridicolo, perché quelle conversazioni telefoniche che non potranno essere utilizzate nei confronti di Berlusconi, potranno esserlo invece nei confronti dalle imputate, che ad esse hanno partecipato. Così, in un processo, si discuterà attorno a prove che avranno valore per alcuni imputati e non per altri. Cosa penseranno i cittadini, che certo non sono tenuti a conoscere il diritto ma faticheranno molto a capire come sia possibile che in un giudizio alcuni fatti acclarati (le abbiamo lette tutti, ormai, quelle conversazioni sulla stampa) possano essere valutati per alcuni imputati e non per altri, in palese conflitto col principio che “la legge è uguale per tutti”?

Un altro punto a favore, purtroppo, di quella antipolitica, che noi riteniamo poco utile per il benessere della nostra democrazia e quindi contestiamo con forza, ma che proprio da fatti come quelli ricordati, finisce per trarre alimento.

A quando una vera “rigenerazione” della politica? Eppure sarebbe veramente importante che i cittadini ricevessero finalmente qualche messaggio positivo.

Se ne gioverebbero la partecipazione e la democrazia

Carlo Smuraglia, presidente ANPI