COMO, IL DISCORSO DI GUGLIELMO INVERNIZZI

Riportiamo il discorso pronunciato da Guglielmo Invernizzi, presidente Provinciale Anpi di Como, nel corso delle manifestazioni per il 69° anniversario della Liberazione.

Cittadine, cittadini, partigiani, staffette, rappresentanti delle istituzioni civili e religiose, compagne e compagni.

Oggi ricordiamo, celebriamo e festeggiamo la Liberazione. Ricordiamo una giornata di festa di 69 anni fa, una giornata che ha dato inizio alla stagione democratica e repubblicana, fissata nel voto universale e nella nostra Costituzione, coronamento democratico di una vera unità nazionale. Vorrei in questa occasione ricordare per prima quella parte meno celebrata perché anonima, quella delle donne, compagne, mogli, madri, figlie dei partigiani e dei soldati, donne coraggiose e donne energiche, pronte a soccorrere e a sostenere. Donne che molte volte hanno dovuto piangere i propri mariti, portare avanti le loro famiglie da sole. Senza dimenticare coloro che, uomini e donne, scelsero la strada della lotta armata in montagna o in città, o nelle fabbriche e più in generale sui luoghi di lavoro. Quest’anno abbiamo celebrato con un convegno il 70° degli scioperi che comportarono arresti e deportazioni e furono in tutta l’Italia settentrionale un segnale molto importante per tutta la cittadinanza e diedero forza al movimento resistenziale.

Nei primi mesi del 1945 i partigiani che combattevano contro l’occupazione tedesca e la repubblica di Salò nell’Italia settentrionale erano diverse decine di migliaia di persone, abbastanza bene organizzate dal punto di vista militare. Molti soldati occupanti, nel marzo del 1945, si trovavano a sud della pianura padana per cercare di resistere all’offensiva finale degli americani e degli inglesi, che iniziò il 9 aprile (in una zona a est di Bologna) lungo un fronte più o meno parallelo alla via Emilia. L’offensiva fu subito un successo, sia per la superiorità di uomini e mezzi degli attaccanti che per il generale sentimento di sfiducia e inevitabilità della sconfitta che si era diffuso tra i soldati tedeschi e i repubblichini, nonostante la volontà delle massime autorità tedesche e fasciste di continuare la guerra fino all’ultimo.

Il 10 aprile il Partito Comunista fece arrivare a tutte le organizzazioni locali con cui era in contatto e che dipendevano da esso la “Direttiva n. 16″, in cui si diceva che era giunta l’ora di «scatenare l’attacco definitivo»; il 16 aprile il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui facevano parte tutti i movimenti antifascisti e di resistenza italiani, dai comunisti ai socialisti ai democristiani e agli azionisti) emanò simili istruzioni di insurrezione generale. I partigiani iniziarono quindi una serie di attacchi verso i centri urbani. Bologna, ad esempio, venne attaccata dai partigiani il 19 aprile e definitivamente liberata con l’aiuto degli alleati il 21.

Il 24 aprile gli alleati superarono il Po, e il 25 aprile 1945 i soldati tedeschi e della repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino, dove la popolazione si era ribellata e iniziarono ad arrivare i partigiani, con un coordinamento pianificato. A Milano era stato proclamato, a partire dalla mattina del giorno precedente, uno sciopero generale, annunciato alla radio “Milano Libera” da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, allora partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Le fabbriche vennero occupate e presidiate e la tipografia del Corriere della Sera fu usata per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria. La sera del 25 aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como (come si sa, verrà catturato dai partigiani due giorni dopo e fucilato il 28 aprile a Giulino di Mezzegra). I partigiani continuarono ad arrivare a Milano nei giorni tra il 25 e il 28, sconfiggendo le residue e limitate resistenze. Una grande manifestazione di celebrazione della liberazione si tenne a Milano il 28 aprile. Gli americani arrivarono nella città il 1° maggio. La guerra continuò anche dopo il 25 aprile 1945: la liberazione di Genova avvenne il 26 aprile, il 29 aprile venne liberata Piacenza e fu firmato l’atto ufficiale di resa dell’esercito tedesco in Italia. Alcuni reparti continuarono i combattimenti ancora per qualche giorno, fino all’inizio di maggio.

Come è noto a Como non finì la guerra, con buona pace del Sindaco di Dongo, ma di sicuro si pose fine, con la fucilazione del dittatore Benito Mussolini e dei suoi gerarchi, all’avventura del partito fascista.

E’ polemica di questi mesi lo scippo che l’ANPI, l’Associazione Museo della Resistenza Comasca di Dongo e tutti gli antifascisti hanno subito ad opera della giunta del paese del di Dongo, dove in nome del “Marketing” e di una presunta inflazione del termine e dei musei dedicati alla Resistenza, si è voluto rinominare il nuovo museo titolandolo alla fine della guerra, con un’evidente storpiatura storica, ed inserendo il nome di Mussolini, perché quello “sì” che porta gente. Io non so se l’intenzione ultima sia stata quella di creare una piccola Predappio a fini turistici, so per certo che l’ANPI e l’Associazione Museo, deliberatamente estromesse, continueranno a lottare affinchè il museo torni alla vecchia denominazione, noi siamo fra quelli che non si vergognano del nome RESISTENZA.

Vorrei ritornare un attimo alla situazione politica italiana ricordando che l’ANPI, da sempre in prima linea nel difendere la Costituzione, promuove il 29 aprile a Roma un importante iniziativa contro il progetto di riforma costituzionale ed elettorale attualmente all’esame del Parlamento. Proposta che unendosi ad una legge elettorale come quella già votata dal Parlamento che si propone di irrobustire i poteri del Presidente del Consiglio e del Governo, si risolverebbe in un ulteriore e grave riduzione degli spazi di democrazia, che subiscono da tempo una lenta ma progressiva erosione. Inoltre la disperazione sociale di rabbia e di risentimento che scuote il nostro paese e che ricorda da vicino il clima degli anni 20/30 che portò democraticamente al potere il fascismo in Italia e il Nazismo in Germania. Le diseguaglianze non sono una novità, ma quando passano il livello di guardia minano alla base la credibilità delle istituzioni e dei partiti con risultati che per ora sono rimasti confinati in un voto di protesta, ma che domani, come già successo, potrebbero sfociare in atteggiamenti antidemocratici.

Noi per questo chiediamo nuove regole per il mercato del lavoro, per esempio in ottemperanza del dettato costituzionale (art 30-40-42) che si garantisca la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, che venga garantita la rappresentanza sindacale, che sia eliminata la sperequazione fra lavoratori a tempo indeterminato e precari, che vengano abbassate le tasse sui redditi da lavoro e di rivedere la legge di stabilità liberando liberando così risorse importanti.

Vorrei rivolgere un appello alle autorità presenti, al sig. Sindaco, al sig. Prefetto,al sig. Questore e al Comandante dei Carabinieri. Da anni è in atto una recrudescenza di attività neofasciste e filonaziste sul nostro territorio, alcune di queste occupano spazi pubblici in cui si sprecano saluti fascisti, simboli e atteggiamenti che contrastano con le leggi vigenti. In questi ultimi tempi le provocazioni si sono sprecate, dal raduno filonazista di Cantù, tenutosi con la benedizione del sindaco di quella cittadina, alle scritte demenziali sulla sede dell’ANPI, dove c’erano insulti precisi ad una persona, l’on. Forni, all’imbrattamento dei manifesti del XXV aprile affissi dal comune di Como lo scorso anno, alla violazione del Monumento alla Resistenza Europea con l’affissione del faccione di Mussolini. Oltre ad avere avuto più di un incontro su questi problemi con le autorità abbiamo inoltrato segnalazioni ed un esposto denuncia, tutto è finito nel vuoto. Non abbiamo mai visto una denuncia d’ufficio per questi reati che pure è prevista dalle leggi in vigore. Lo dico con sincerità e anche con un po’ di preoccupazione, non siamo soddisfatti delle risposte che abbiamo avuto, non ci basta il monitoraggio di queste associazioni. Noi stiamo a guardare e loro prendono piede, nelle scuole e tra gli utras del calcio e nella società.

Vorrei concludere con un contributo non mio ma che condivido pienamente e che vorrei fosse condiviso da tutti.

In un momento come questo, ci poniamo il problema di come salvaguardare, pur nel rispetto di intenti riformatori che sappiano essere realmente alti e leali, il tessuto irrinunciabile della nostra Costituzione; e di come veder interpretare il ruolo di un potere esecutivo che vogliamo bilanciato e controllato.

Ebbene, in un momento come questo, dobbiamo confrontarci con casi di uso della forza da parte del potere esecutivo nella sua espressione di polizia, in maniera non conforme a quei principi.

Troppo forti sono i segni lasciati da vicende come quelle di Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, e altre più recenti e ancora non chiarite.

Dobbiamo allora affermare che il valore costituzionale della libertà personale è prevalente su ogni altra esigenza privata o pubblica, con i soli limiti dettati dall’art. 13 della Costituzione: la coazione è un’eccezione, il rispetto del cittadino che esercita le sue libertà elementari è la regola.

Non un passo indietro è consentito su questo terreno: non solo per rispetto delle norme ma per la consapevolezza che l’incrinarsi dell’invalicabile limite ai poteri esecutivi, genera, così come è storicamente avvenuto, il declino verso regimi totalitari, estranei alla nostra civiltà europea contemporanea.

Quelle che seguono sono le parole che il deputato del PCI Renzo Laconi il 5 marzo 1947 pronunciò all’Assemblea Costituente, sull’articolo 13 della Costituzione:

A noi spetta fare in modo che questo regime sia un regime democratico conseguente, sia un regime, cioè, progressivo, orientato verso forme nuove, deciso ad elevare il popolo dalle sue miserie, un regime pacifico che si inserisca nella comunità dei popoli liberi con volontà di pace e di collaborazione. E per poter essere quello che noi vogliamo, questo regime deve essere fondato su due principi fondamentali: sulla sovranità popolare e sulla posizione preminente del lavoro.

[…] Per chi pensa che il regime fascista sia stato soltanto una specie di crisi di crescenza, una malattia infantile o giovanile del popolo italiano, per questi il fascismo potrà essere qualche cosa di facilmente dimenticabile.

Per chi nel fascismo vede l’espressione di una contraddizione finale che ha almeno un secolo di storia in Italia, per chi nel fascismo ha visto e vede la rovina del nostro Paese […] si deve parlare di Costituzione antifascista.

[…] in questo senso, noi possiamo salutare con soddisfazione l’affermazione solenne dei diritti civili e politici del cittadino, che troviamo in testa a questo progetto: l’affermazione della libertà personale, della inviolabilità del domicilio, della inviolabilità di corrispondenza, della libertà di riunione e di associazione, della libertà di stampa, di azione in giudizio. Libertà tutte che importa riaffermare in quanto sono state negate, in quanto noi siamo chiamati a fare una Costituzione dopo il fascismo, dopo la tirannide.”

Queste parole, pronunciate alla Costituente, segnano il legame tra antifascismo, Costituzione, diritti di libertà.

Anche questa è conquista di ogni giorno, difesa di ogni giorno, per i democratici e gli antifascisti.

Viva la resistenza, viva la democrazia, viva la libertà!


Guglielmo Invernizzi

Como 25 Aprile 2014