LORENZA CARLASSARE: SE NECESSARIO LASCERO’ I SAGGI

  

 ” E’ semplicemente ridicolo sostenere che stravolgere la Costituzione sia un segno di innovazione, mentre invece battersi perchè i suoi principi progressivi vengano finalmente applicati sia indice di conservazione”  L. Carlassare

Lorenza Carlassare, emerita di diritto Costituzionale all’Università di Padova ( è stata la prima donna a ricoprire la cattedra di diritto Costituzionale) e socio onorario dell’associazione Giustizia e Libertà, ha dichiarato oggi a Il Fatto Quotidiano che sta pensando di lasciare il gruppo dei 35 Saggi nominati dal governo per le rifome costituzionali.

“…si punta a delegittimare la Costituzione e a concentrare tutti i poteri nelle mani di una sola persona, senza controlli e contrappesi adeguati” così ha dichiarato la costituzionalista.

Parole gravi e allarmanti, che seguono solo di poche ore l’intervista rilasciata al Manifesto:

“…Da anni sostengo che alcune limitate modifiche alla Carta Costituzionale vanno fatte: andrò a ripeterlo in questo nuovo contesto. La prima cosa di cui il parlamento dovrebbe occuparsi è la legge elettorale, mi farò ascoltare innanzitutto sul fatto che le riforme non possono essere una scusa per rimandare ancora.(…) Spero di dimostrare con i fatti l’utilità della mia scelta, ma se dovessi accorgermi di essere stata ingenua, di non riuscire a far valere le mie ragioni allora potrò sempre dimettermi. Avrò così la possibilità di denunciare quello che bisognerà denunciare”.

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 6 giugno 2013.

RISPETTARE LA COSTITUZIONE

Appello alla mobilitazione:

“RISPETTARE LA COSTITUZIONE”


Questo il discorso del presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, tenuto il 2 giugno a Bologna alla manifestazione “Non è cosa vostra” promossa da Libertà e Giustizia.


“Ad una magnifica manifestazione come questa, che oltretutto cade in un giorno in cui solitamente festeggiamo la Repubblica e la Costituzione e che oggi assume un valore particolarissimo, non poteva mancare la presenza e l’apporto di una Associazione come l’ANPI che ha fatto della difesa ed attuazione della Costituzione uno dei suoi contenuti ed obiettivi basilari.

Noi siamo contrari al sistema “costituente” che ci viene proposto e minaccia di esserci imposto, perché questa Costituzione può certamente essere modificata col normale sistema previsto dall’art. 138 della Costituzione nei pochi punti sui quali ci sono già convergenze essenziali, ma non può e non deve essere stravolta nei suoi contenuti e nella struttura complessiva non solo della prima, ma anche della seconda parte.

Oltretutto, di questo “processo costituente” non c’è necessità ne tanto meno urgenza. Ci hanno detto che questo Governo, davvero eccezionale nella sua composizione, avrebbe dovuto fare poche cose estremamente necessarie ed urgenti (prima di tutto la riforma della legge elettorale e pressoché insieme provvedimenti immediati per uscire dalla gravissima emergenza sociale che il Paese sta dolorosamente vivendo).

Invece, la legge elettorale è stata collocata dopo il lungo processo “riformatore” che si ipotizza, mentre tardano a venire quei provvedimenti decisivi per l’attività produttiva, per il lavoro, per lo sviluppo che il Paese attende da mesi e che non possono essere ulteriormente differiti.

Sembra invece, a leggere le cronache, che il problema principale sia quello del presidenzialismo o quello di attribuire più poteri all’esecutivo. Tutte cose che non hanno fondamento e che vanno vigorosamente contratate.

Ero già preoccupato di fronte alle incognite di un Governo  composto da forze in gran parte inconciliabili. Ma poi lo sono diventato ancora di più quando ho letto il discorso di insediamento del nuovo Presidente del Consiglio. Per la verità vi ho subito cercato, ma invano, la parola “antifascismo”; in compenso ne ho trovate altre, davvero preoccupanti.

Le ricordo sinteticamente:

già all’inizio si parla della necessità che anche forze che sostengono il Governo partecipino pienamente al “processo costituente”. Una definizione assai significativa perché il processo costituente ha un significato inequivocabile che non è quello della riforma di singole parti della Costituzione.

Mi sono allarmato, ma poi ho pensato che magari si trattava di una imprecisione di linguaggio.  Ma subito dopo ho visto che si parlava di una via possibile per una riforma anche radicale del sistema istituzionale. E qui si andava davvero sulle cose preoccupanti, visto che si faceva riferimento a  riforme radicali del sistema istituzionale.

Ma sono andato ancora oltre e ho visto che si parlava dell’idea di una Convenzione aperta alla partecipazione di autorevoli esperti non parlamentari, con riferimento anche alle conclusioni del Comitato dei saggi. E l’allarme, a questo punto, diventava davvero forte.

Sono andato comunque avanti e ho trovato che si parlava del rafforzamento della investitura popolare dell’esecutivo. Seguivano alcune frasi consuete e piuttosto generiche, ma poi si parlava di riforma della forma di Governo, prefiggendosi anche di fare su questo punto scelte coraggiose. E si parlava anche di naturale collegamento elettorale alla forma di Governo.

Un quadro come questo mi è apparso davvero degno delle più serie preoccupazioni.

L’ANPI assumeva allora una posizione molto rigorosa precisando in un documento ufficiale pubblicato il 16 maggio:

– la ferma contrarietà ad ogni modifica legislativa o di fatto dell’art. 138;

– il nostro convincimento che ogni procedimento di modifica non può che essere parlamentare, attraverso gli strumenti ordinari;

– l’inopportunità del ricorso ad apporti esterni che non siano quelli già previsti dai regolamenti e dalle prassi parlamentari;

– che le uniche riforme possibili sono quelle che risultano in piena coerenza non solo coi princìpi della prima parte della Costituzione ma  anche con la concezione che è a base fondamentale della seconda parte;

– la netta opposizione ad ogni ipotesi di presidenzialismo o semipresidenzialismo

– l’assoluta e prioritaria necessità di procedere alla modifica della legge elettorale vigente.

Naturalmente non mi aspettavo che questo bastasse a fermare le correnti impetuose che stavano avanzando; e altrettanto pensavo per quanto riguarda le pur autorevolissime prese di posizione di esperti come Zagrebelsky e Pace, di Associazioni come Libertà e Giustizia e dell’Associazione “Salviamo la Costituzione”, perché quando certi processi si mettono in moto, per di più con l’autorevolezza di un Governo nel quale sono rappresentati i partiti più forti, è chiaro che c’è dietro un disegno e un ragionamento, in buona parte condiviso e frutto di accordi che facilmente si possono intuire; ma mi illudevo che almeno alcune argomentazioni potessero essere prese in considerazione.

Mi sbagliavo, perché se ad un certo punto sembrava che naufragasse l’idea della Convenzione (cosa che mi lasciava comunque vigilante), non per questo si poteva ritenere adottata una linea diversa, tant’è che alcuni princìpi di fondo sono stati ribaditi anche da parte di chi ammetteva che della Convenzione si potesse fare a meno. Ma le “coraggiose” scelte venivano riaffermate anche per la sede parlamentare; così come restava ferma l’idea che ci si potesse avvalere di contributi esterni attraverso vie non previste dalla Costituzione e dal sistema parlamentare. Poi, l’ultima novità, il proposito di anticipare il processo di riforma per passare solo dopo alla modifica della legge elettorale, che invece io  mi ostino a considerare la cosa più urgente e prioritaria su ogni altra.

Oltretutto, bisogna considerare che la legge elettorale vigente è stata fortemente criticata praticamente da tutte le forze politiche; e tuttavia non si è riusciti a modificarla; ne deriverebbe, intuitivamente, l’esigenza di modificarla con urgenza, anche in vista di possibili, ulteriori, consultazioni elettorali.

Ma c’è una ragione in più, perché la Corte di Cassazione ha dichiarato rilevanti e non manifestatamente infondate le questioni di legittimità Costituzionale che incidono sulle modalità di esercizio della sovranità popolare e in particolare quelle che riguardano il premio di maggioranza per la Camera e il Senato, e il voto di preferenza, sempre per Camera e Senato. Una coalizione politica che intenda esprimere una volontà democratica, dovrebbe farsi un punto d’onore di non aspettare che decida la Corte Costituzionale, ma di restituire senza indugi alla sovranità popolare ciò che le è stato tolto; e invece si pensa addirittura di posporre una questione prioritaria ad un processo riformatore,  per sua natura complesso e certamente non rapido.

A questo punto le mie preoccupazioni sono ovviamente aumentate a dismisura perché intravedo una volontà molto decisa di andare avanti comunque, su un terreno che considero estremamente pericoloso, quale che sia la forma che assumerà in concreto.

L’approvazione di due mozioni analoghe, alla Camera e al Senato, dimostra la volontà di accelerare l’iter seguendo linee sulle quali l’eterogenea maggioranza non demorde.

Si impegna il governo a presentare una legge costituzionale entro giugno per dare vita ad una procedura straordinaria di revisione della Carta Costituzionale, in deroga rispetto all’art. 138 ; si parla di modifiche ai titoli 1, 2, 3, 5 della seconda parte, vale a dire: Parlamento, Presidenza Repubblica, Governo, Regioni ed Enti Locali.

Si parla di metodi particolari per garantire i tempi e si crea un comitato bicamerale del tutto anomalo.

Ricompare il presidenzialismo o semipresidenzialismo; si ricupera una cosa di cui non si era parlato se non nel passato, il potere del Governo di dettare tempi e modi dell’attività parlamentare, secondo le esigenze del programma di Governo.

Insomma, si accelera in una direzione non condivisibile, si colloca la riforma della legge elettorale in coda, si confermano convergenze quanto meno anche sul semipresidenzialismo, come avevamo sospettato dopo alcune dichiarazioni di esponenti del partito democratico.

Ho l’impressione che non si capisca o non si voglia capire che si sta maneggiando una materia di estrema delicatezza come quella costituzionale, dove i tasselli non possono essere spostati come su una tastiera di scacchi (dove al più si può perdere una partita), ma si rischia invece di intaccare sistemi e procedimenti che furono studiati a suo tempo con estrema attenzione e che sono stati formulati per rispondere a un’intima e profonda coerenza.

D’altronde c’è un abisso quasi incolmabile tra chi pensa che la fedeltà all’art. 138 sia obbligatoria e chi pensa di poter scavalcare con facilità o accomodamenti l’ostacolo; tra chi pensa che esista certamente la possibilità di apportare modifiche della Costituzione col sistema dell’art. 138 e chi invece ritiene di dare vita addirittura ad un processo costituente. Chi pronuncia questa parola, ha davvero la consapevolezza di ciò che essa significa? Chi parla di semipresidenzialismo si rende conto che questo significa cambiare la struttura e la sostanza del sistema costituzionale? Chi parla di scelte coraggiose comprende che il coraggio sarebbe meglio adoperarlo per affrontare una difficilissima situazione economica e sociale piuttosto che applicarlo ad aggredire, nella sostanza, una Costituzione su cui riposano le fondamenta della nostra civile convivenza?

D’altronde, non è a caso che qualche mese fa, esattamente  il 28 gennaio, nel corso della campagna elettorale, facemmo partire dall’”Associazione Salviamo la Costituzione” una lettera in cui si chiedeva ai candidati alla Presidenza del Consiglio un impegno su due quesiti: la disponibilità ad un irrobustimento dell’art. 138 elevando il quorum e consentendo in ogni caso il referendum confermativo da un lato, e quello di assicurare la coerenza delle riforme istituzionali che venissero proposte con i princìpi e i valori della Costituzione e la loro compatibilità con i suoi equilibri fondamentali, compresa la forma di Governo parlamentare. Avevamo fiutato giustamente il pericolo; e ne avemmo conferma dal fatto che ben poche furono le risposte.

Oggi siamo in presenza di una conferma definitiva di quali possano essere le reali intenzioni dei “riformatori” e dei pericoli che stiamo correndo. Sono già in campo le osservazioni e le critiche a questi progetti, redatte da studiosi e costituzionalisti ben più titolati di  me a formularle. E dunque non ci tornerò, accontentandomi di quanto l’ANPI ha già scritto in un documento approvato il 16 maggio scorso e ampiamente diffuso. Ma voglio esprimere la convinzione che il pericolo è reale e grave e che la mobilitazione di cui oggi viene dato un saggio imponente, debba essere considerata come il primo avvio di un impegno costante e continuativo, capace di coinvolgere associazioni (ce ne sono già oggi in campo più di quaranta), cittadini ed anche tanti che pur all’interno dei partiti disponibili a questo tipo di processi riformatori, sono fermamente convinti che si debbano apportare, con i metodi normali a partire dall’art. 138, solo le modifiche già mature e considerate compatibili e coerenti col sistema vigente.  In realtà, nel nostro Paese ha fatto sempre fatica ad affermarsi quello che alcuni costituzionalisti definiscono come il “sentimento Costituzionale”.

E questo può diventare pericoloso nel momento in cui al difetto di tale sentimento può sostituirsi o aggiungersi una tendenza alla semplificazione di un “riformismo” a tutti i costi, ed alla prospettazione di un futuro senza memoria e senza identità civica.

Ecco perché, la prima cosa che occorre fare è una massiccia iniezione di “sentimento Costituzionale” che metta al riparo della improvvisazione e delle smanie revisionistiche ed eriga un argine ampio e fortemente condiviso contro quelli che potrebbero diventare veri e propri attentati alla Costituzione.

Insomma, bisogna diffondere e sostenere quell’attaccamento alla Costituzione, come cosa propria, che è il migliore presupposto per creare una vera allerta e le precondizioni per contrastare i propositi di chi minaccia di stravolgere la nostra Carta Costituzionale.

Non illudiamoci: la battaglia sarà dura e difficile; e dunque ci vorrà una mobilitazione permanente, come quando scendemmo in campo per il referendum che poi riuscì a battere progetti davvero eversivi; ci vorrà la ricostituzione o una nuova messa in campo dei Comitati per la Costituzione; ci vorranno energie, sforzi, impegno e soprattutto continuità.

Bisogna chiarire ai cittadini che opporsi a certi intendimenti non significa essere conservatori ed opporsi a qualsiasi modifica, ma solo pretendere il rispetto e la coerenza intima di una Costituzione che, pur non applicata in tante parti, è stata in questi anni la nostra guida e la nostra più forte garanzia.

Bisogna chiarire che non siamo disponibili a compromessi ed a soluzioni pasticciate, noi che non siamo soggetti a vincoli di nessun genere, soprattutto quando si tratta di difendere gelosamente una Costituzione che abbiamo nel cuore, che consideriamo il frutto del più straordinario momento della storia del nostro Paese e per la quale tanti si sono impegnati e sacrificati. Tutte le volte che si è cercato di metter mano ad un processo cosiddetto costituente, in questi anni, sappiamo bene dove si è andati a finire e come dai progetti dichiarati si sia passati alle peggiori proposte. Non siamo contrari a leggi che, di volta in volta ma nel quadro di una reale coerenza, corrispondano a quanto consentito dall’art. 138; ma non possiamo permettere stravolgimenti né dei metodi né dei contenuti senza che vengano meno alcune delle ragioni ideali per cui siamo tanto attaccati a questa Costituzione.

Lo dico con forza e con fermezza anche perché penso di esprimere i sentimenti, la volontà, le idee non solo di coloro che hanno combattuto per conquistare libertà e democrazia e dunque anche per dar vita a questa Costituzione, che di essi è l’espressione più alta, ma anche dei tanti che – dichiarandosi antifascisti e condividendo le nostre finalità e i nostri ideali – sono affluiti in questi anni nelle nostre file. Abbiamo il dovere di non deludere queste aspettative, così come gli antichi sogni dei combattenti per la Libertà; abbiamo il dovere di impiegare tutto il coraggio e la forza delle nostre idee per conservare fino in fondo i princìpi, i valori e la struttura di fondo di una Costituzione che i costituenti  vollero destinata a durare ed a garantire nel tempo l’esercizio dei diritti di tutti, come vuole la democrazia. Impegniamoci, dunque fino in fondo in questa battaglia, che sarà decisa e forte ed alla quale non mancherà certamente  l’apporto dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia”.

ISTANBUL E BELLA CIAO

Dalle pagine de ” Il Fatto Quotidiano”

Istanbul, ‘Bella Ciao’ sulla collina di Bisanzio

di Domenico Valter Rizzo

Sulla rete sta circolando un breve filmato che arriva da Istanbul, l’antica Bisanzio. Ci mostra i giovani che, in piazza Taksim, protestano contro il governo turco e cantano, nella loro lingua, una canzone italiana. Una canzone, Bella Ciao, che è stata colonna sonora della guerra di liberazione. Una canzone che, in molti nel nostro Paese, considerano poco più di un folkloristico residuo, un avanzo retorico di una stagione  ideologica da cancellare e seppellire sotto la spinta del nuovo, del moderno, della nuova politica che supera il concetto arcaico di destra e sinistra, di fascismo e antifascismo. Tutto in nome della politica nuova, post moderna, attenta agli scontrini e immune dalle idee.

Ecco, quei giovani di piazza Taksim forse ci stanno dicendo qualcosa. Ci stanno dicendo che le idee, le nostre idee, quelle sulle quali è stata scritta la nostra Costituzione sono ancora idee per le qualiragazzi di vent’anni possono battersi, posono anche rischiare di morire, come purtroppo è avvenuto proprio in Turchia, dove uno di quei ragazzi è in coma irreversibile.

Cosa dicono i versi di questa canzone? Ci siamo scandalizzati a  lungo in questo Paese perché i calciatori e i ragazzini delle nostre scuole non conoscevano le parole di una marcetta retorica che, per varie casualità, è finita per diventare inno nazionale. Bene, la canzone che i giovani di piazza Taksim hanno trovato talmente bella, talmente capace di rappresentarli, da tradurla in turco, la conoscono in pochi e invece dovrebbero insegnarla a scuola come i versi meravigliosi di Leopardi o Montale. Quella canzone è basata su una sola parola e quella parola è libertà.

“Bella Ciao” parla dell’insopportabilità dell’oppressione; quel verso “…oh partigiano portami via, che mi sento di morir“, contiene in se mille pagine, dicendoci l’impossibilità di sopravvivenza, se ci si trova privati della libertà. Un dolore fisico, che spegne la vita.

Per questo quei ragazzi l’hanno scelta e la cantano con una partecipazione profonda.

Fa specie che qualcuno nel Paese dove quella canzone è stata scritta, la consideri una canzone da tenere quasi al bando perché sarebbe elemento di divisione. In realtà lo è, ma è una divisione che separa le due anime di questo Paese: un’anima nobile e un’anima infame. Questo è il Paese che ha inventato il fascismo, lo ha poi esportato con successo e gli ha garantito consenso di massa per un ventennio; ma che ha anche avuto dentro di se la forza e la dignità per sconfiggerlo, ma non del tutto. Il fascismo, la sua cultura, la volontà di delegare ad uno le sorti di tutti è viva, pervade ancora questo Paese e questa cultura, negli ultimi due decenni, è diventata in larga misura egemone. Lo è diventata per la sciatteria e la pigrizia, che si è tentato di mascherare riproponendo magari triti rituali, di una sinistra che non ha saputo difendere i propri valori, quei valori che stanno in quella Carta che si cerca ogni giorno di fare a pezzi.

Da ” Il Fatto Quotidiano”, 3 giugno 2013

ANCORA SUL LIBRO DI LUZZATTO

Riprendiamo l’argomento del libro di Luzzatto ” Partigia”( ed. Mondadori) di cui abbiamo già trattato nel post del 16 aprile scorso sul nostro sito, per pubblicare la recensione di Alberto Cavaglion apparsa sulla Stampa di Torino ieri, 2 giugno 2013 e segnalataci da Luca Michelini.

Alberto Cavaglion scrive:

Il libro di Sergio Luzzatto su Primo Levi – Partigia, pubblicato da Mondadori poco più di un mese fa – ha riaperto una pagina di storia e spalancato una polemica storica su un episodio della Resistenza soltanto in parte sconosciuto. Primo Levi, lo scrittore simbolo della deportazione degli ebrei, un’icona letteraria e civile nel mondo intero, custodiva un «segreto brutto». Lo stesso Levi adopera questa espressione nel Sistema periodico (1975), dove confessa – trent’anni dopo i fatti e in anni in cui non era certo agevole rivelare questi retroscena – di essere stato costretto dalla propria coscienza insieme con i suoi compagni a «eseguire una condanna ». Cosa che lasciò lui e i suoi «distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse».

Luzzatto ha lavorato per anni intorno a questo segreto e in Partigia ne ha svelato contorni e protagonisti, dopo aver interrogato testimoni e consultato le carte. Ma come lui stesso ammette, senza arrivare a una conclusione certa del perché ai due giovani partigiani fucilati «con metodo sovietico» (una raffica nella schiena) era stata inflitta una condanna così grave. La conclusione dello storico (pag. 89) è che «le fonti disponibili» autorizzano a ritenere «smisurata» la pena rispetto all’entità delle colpe. Insomma i due (Fulvio Oppezzo, 18 anni, di Casale, e Luciano Zabaldano, 17, di Torino) sarebbero stati fucilati non proprio per «futili motivi», ma quasi. Una conclusione che ha aperto una controversia intorno all’esperienza partigiana di Primo Levi e, in definitiva, gettato un’ombra sulla sua figura.

Ma è proprio così? Davvero non erano rintracciabili altre «fonti storiche »? Nella biblioteca regionale di Aosta e in quella comunale di Brusson si può facilmente consultare un libretto ignorato da Luzzatto e, finora, anche dagli altri che si sono occupati del caso. Si tratta della «petite chronique» del curato Adolphe Barmaverain, Demi-siècle de vie paroissiale à Brusson, (Imprimerie Valdôtaine, 1970) dove abbiamo trovato la seguente nota: «Le 17 décembre 1943, à Fontaines, en les domiciles de Révil Cécile, est trouvée cadavre Mme Polkorny Elsa, 65 ans, de Vienne (juive) suicidée ensuite de vexation e de menaces de partisans. La voix courut que ces partisans auraient été fusillés par leur chef venu à la connaissance de ces vexations». Il parroco di quei luoghi ci racconta dunque un altro pezzo della storia mancato a Luzzatto: i partigiani furono fucilati dal loro capo perché avevano vessato e minacciato un’anziana ebrea viennese rifugiata in Valle al punto di spingerla al suicidio. I diari dei curati di montagna sono fonti primarie per gli storici e stupisce che Luzzatto non l’abbia cercato per la sua indagine pur dettata – dice lui – da una personale «ossessione» per la vicenda di Primo Levi.

Con ciò non pretendiamo di aver scoperto la verità su una vicenda così tormentata e segreta. A distanza di tanti anni, con i residui testimoni che lo stesso Luzzatto ha interpellato, o immemori o tuttora reticenti, in assenza di altri documenti attendibili, non è affatto sicuro che il diario risolva il caso, ma certo apre una prospettiva diversa. Non solo l’esecuzione dei due, per quanto crudele, non appare più tanto smisurata: il motivo non era certo «futile» e probabilmente anche tutto il travaglio che Levi rivela nel racconto del Sistema periodico va letto in altro modo.

Allora, rivediamo un po’ i fatti. Primo Levi, ventiquattrenne, il 9 settembre ’43 era sfollato da Torino a Saint-Vincent. Pochi giorni dopo sarà raggiunto dalla madre e dalla sorella AnnaMaria. In seguito si trasferiranno ad Amay, vicino al Col de Joux, tra Saint-Vincent e Brusson, dove, come è stato bene studiato in anni passati, già prima dell’8 settembre avevano trovato rifugio molti ebrei stranieri, per lo più croati,ma anche tedeschi, austriaci. Vivevano nella clandestinità e dunque erano esposti a vessazioni. Levi entra in contatto con altri giovani torinesi anch’essi sfollati, tutti appartenenti al suo giro di amici. E danno vita a una piccola formazione che si propone di aderire a Giustizia e Libertà. È un’esperienza breve, che in toni tutt’altro che apologetici lo stesso Levi evoca nel primo capitolo di Se questo è un uomo: «Mancavano i contatti, le armi, i quattrini e l’esperienza per procurarseli, mancavano gli uomini capaci… ».Quelle settimane sono inoltre segnate da contrasti con una più numerosa formazione di giovani provenienti da Casale Monferrato, ben diversi dal piccolo gruppo di intellettuali e borghesi torinesi di cui faceva parte Levi. Tra i casalesi vi erano personaggi equivoci, lo racconta Luzzatto, includendo tra essi anche uno dei due che saranno fucilati, Fulvio Oppezzo, una testa calda, nipote e figlio di gerarchi fascisti, fascistissimo egli stesso, finito chissà perché tra i partigiani. Tutto precipita nella notte del 13 dicembre. In un rastrellamento la banda di Amay viene catturata grazie a due infiltrati e all’opera di un sinistro figuro di doppiogiochista, Edilio Cagni, braccio destro del prefetto fascista di Aosta Cesare Augusto Carnazzi.

Pochi giorni dopo anche la banda dei casalesi è costretta a disperdersi e verrà eliminata. Levi, catturato, viene trasferito ad Aosta, si dichiara ebreo e viene inviato a Fossoli e poi ad Auschwitz. Nel 1973 Levi pubblica sul Mondo un racconto intitolato Oro, poi confluito due anni dopo nel Sistema periodico, nel quale è contenuta per la prima volta la rivelazione del «segreto brutto». Più tardi, nella poesia Partigia, che dà il titolo al libro di Luzzatto, Levi sembra alludere nuovamente a quel fatto: «Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno». Senza entrare nel dettaglio, némai rivelare il nome o i nomi di coloro che avevano subito la condanna, Levi racconta quanto era accaduto soltanto tre giorni prima del suo arresto: «Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi;ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente. Adesso eravamo finiti, e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c’era uscita se non all’in giù». «Avarizia narrativa», insinua Luzzatto, il quale dimentica però di dare una spiegazione convincente a quell’ «eravamo stati costretti dalla nostra coscienza»: una frase che, riletta adesso, con il diario del curato inmano, assume un diverso significato.

Il fuoco della vicenda non è soltanto la fucilazione di Oppezzo e Zabaldano, ma si aggiungono anche le vessazioni e le minacce con le quali i due avevano spinto un’anziana ebrea al suicidio. E c’è da immaginare che queste pratiche fossero piuttosto diffuse tra quegli acerbi partigiani che Levi, nella prima edizione einaudiana di Se questo è un uomo (1958) descrive così: «… un diluvio di gente squalificata, in buona e in mala fede…». E, d’altra parte, ancora Levi, nella poesia Epigrafe (pubblicata nel 1984), scritta sul modello di Spoon River, attribuisce a uno dei due giustiziati queste parole: «Da non molti anni qui giaccio io, Micca partigiano / spento dai miei compagni per mia non lieve colpa». Il diario del curato di Brusson conferma: non fu certo una lieve colpa e francamente non si capisce perché Luzzatto – pur citando la poesia – insista nei quasi «futili motivi». E così pure la frase «conforme a giustizia», con cui Levi, sempre nel primo capitolo di Se questo è un uomo, chiude in negativo il bilancio della sua esperienza partigiana, andrebbe adesso riletta in modo più completo, restituendo a ciascuno il suo. Invece anche questa viene citata da Luzzatto in esclusiva funzione di supporto alla sua tesi e riferita unicamente all’esecuzione dei due partigiani, quando andrebbe messa in rapporto a quell’intera esperienza: «A quel tempo, non mi era ancora stata insegnata la dottrina che dovevo più tardi rapidamente imparare in Lager, e secondo la quale primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga; per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti».

Certo Levi avrebbe certo potuto, e forse dovuto, gridare di più. Ma ammissioni di colpa così esplicite non risulta siano state scritte, nemmeno da protagonisti della Resistenza che avevano avuto responsabilità maggiori delle sue. Negli Anni Settanta il tema della violenza era un vero tabù. La storia mitizzata della lotta di Liberazione aveva completamente obliterato il fatto; i due giustiziati vennero considerati «martiri», anzi i primi due caduti in Valle d’Aosta, naturalmente per mano dei nazifascisti e non certo per fuoco amico. Il diario del curato non scioglie l’enigma, ma dirada la nebbia e costituisce una pista concreta, rispetto a mere illazioni. Apre nuovi scenari e, soprattutto, chiarisce il contesto in cui Levi venne a trovarsi. Il vero lavoro rimane adesso da iniziare. Domande numerose attendono risposta. Barmaverain non dice quando sia realmente morta l’anziana ebrea. E poi: chi era Elsa Polkorny? Il suo fu vero suicidio? Levi era a conoscenza delle vessazioni che aveva subito Madame Polkorny e che avrebbe potuto subire sua madre, anch’essa sfollata al Col de Joux? Sono questioni concrete, su cui adesso occorrerà indagare senza pregiudizi.

Riaperta una pagina di storia, in anni in cui i tabù sono (finalmente) caduti, si può lavorare liberi da tutti i sospetti, compreso quello di aver voluto colpire l’icona di Primo Levi con l’obiettivo di mettere sul banco degli imputati, un santo beatificato da una storiografia di chierichetti devoti. E evitare operazioni editoriali dettate da questa smania di rimpicciolire tutto, che purtroppo domina il nostro tempo, «quell’inqualificabile piacere», di cui parlava Robert Musil, «che consiste nel vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità».


Ed ecco la testimonianza, apparsa sul mensile ” Pagine Ebraiche” di un compagno di Primo Levi, Guido Bonfiglioli, anche lui partigiano nell’autunno 1943.

Professor Bonfiglioli, lei è stato un caro amico di Emanuele Artom, di Primo Levi, un protagonista della Resistenza, poi un fisico brillante, un docente universitario apprezzato sulle due sponde dell’Oceano, un romanziere coraggioso ancora da scoprire. Eppure questa intervista si è resa possibile solo dopo interminabili tentativi, grazie a un incontro quasi clandestino in una sperduta località di montagna che richiama la sua esperienza di clandestinità. In un mondo in cui tutti parlano troppo lei ha scelto il silenzio. Perché?

Primo nei suoi libri non ha raccontato solo la sua storia, ma anche la vicenda di tutta la nostra generazione, di quei ragazzi ebrei che le leggi razziste del 1938, le persecuzioni e tutto quello che ne è seguito hanno legato per sempre. Non ho altro da aggiungere, se non la mia diffidenza e la mia denuncia per quello che è diventata l’Italia di oggi.

Sa che proprio in queste settimane vi sono storici che hanno voluto scavare proprio nella breve vicenda di Primo Levi partigiano, forse nella speranza di fare sensazione, secondo alcuni per gettare un’ombra sulle scelte drammatiche che toccarono a voi allora?

Lo so, e lo trovo penoso. Rileggere la storia per adattarla ai propri comodi, alle esigenze contemporanee, per costruire tesi, seminare sospetti. Non lo posso accettare.

Quando e come incontrò Primo Levi per l’ultima volta prima della sua cattura e della deportazione?

Ci siamo visti nel dicembre del 1943 al Col di Joux, dalle parti di Amay sopra Saint Vicent, dove aveva trovato un alloggio assieme a Luciana Nissim e Vanda Maestro. Eravamo due ragazzi di 24 anni, non certo dei combattenti professionisti. Ma ognuno di noi aveva preso la sua strada. La nostra conoscenza del territorio e di quelle montagne fu probabilmente determinante nel segnare il destino. Ormai avevo fatto la mia scelta e militavo nel grande nucleo di Giustizia e Libertà che controllava il territorio fra la riva destra della Dora e il confine con la Svizzera. Cercai di fargli capire che restare sulla riva sinistra della Dora, per di più in una località facilmente raggiungibile con gli automezzi, era una grande imprudenza, ma non riuscii a convincerlo. Pochi giorni dopo fu catturato e accadde quello che milioni di lettori di Se questo è un uomo conoscono bene.

Oggi si dice che in quelle settimane nei territori controllati dai partigiani avvennero oscuri episodi, esecuzioni sommarie, regolamenti di conti.

Certo che avvennero, e come avrebbe potuto essere altrimenti? In mezzo ai combattenti, nella confusione generale si trovavano malfattori, delatori, infiltrati di ogni genere. I partigiani dovevano necessariamente mantenere l’ordine e soprattutto salvaguardare la fiducia della popolazione locale. Ricordo che furono emesse vere e proprie condanne e nel caso di noi GL, nonostante le difficoltà, si trattò di regolari processi che impegnarono altissimi magistrati italiani entrati nella Resistenza. Ma Primo con queste storie non aveva proprio nulla a che vedere. Non era un ideologo e non era un estremista. Era un ragazzo pacifico, sensibile e delicato che gli eventi avevano gettato in un inferno. Ciononostante quando lo incontrai era sereno e per quanto riguarda questi aspetti terribili della lotta partigiana lo trovai per quanto possibile sereno anche quando lo rividi a Torino nel 1945. Alla prova dei fatti, se furono traditi così come lo furono, non si erano nemmeno difesi abbastanza.

Intervista di Guido Vitale.