LETTERA AL NUOVO SINDACO

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                                                                                     Egr. Dottor

                                                                                        Mario Lucini

                                                                                               Sindaco di Como

Como, 23 maggio 2012

A nome mio personale e dei componenti del Comitato Provinciale dell’Anpi esprimo le più sincere felicitazioni per la sua elezione a Sindaco di Como da parte del 75 % dei votanti nella consultazione di ballottaggio del 20 e 21 maggio u.s.

E’ un risultato assai lusinghiero che segna un importante cambio di maggioranza nel Consiglio Comunale che registra anche un notevole rinnovamento nella sua composizione.

Questa associazione è particolarmente lieta di constatare come la proposta, da lei fatta, insieme alle liste collegate alla sua candidatura voglia rinnovare la vita amministrativa con un metodo fortemente legato ai valori di libertà, democrazia e confronto che sono alla base del sistema democratico che è nato dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione dalla dittatura fascista.

L’Anpi esprime la certezza che la sua coerenza saprà rendere efficaci e trasformare in programmi concreti tali idealità.

Mi permetto richiamare alla sua attenzione l’importanza che ricopre, per la nostra città, la presenza del monumento alla Resistenza Europea, voluto dall’amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Antonio Spallino e inaugurata dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini nel 1983.

Tale monumento merita di essere valorizzato, innanzitutto con un restauro attento e con iniziative atte a farlo conoscere ai cittadini, soprattutto ai giovani, delle scuole: a questo proposito nel prossimo autunno l’ Anpi nazionale organizzerà a Como un Convegno sulla Resistenza antifascista e antinazista in Europa.

Per tale occasione chiediamo fin da ora la collaborazione del Comune.

Segnalo inoltre lo stato pietoso in cui si trovano le lapidi che onorano i martiri della Resistenza e della guerra di Liberazione che meritano un’opera di restauro.

Sarà mia premura poi segnalarle le iniziative Anpi volte a valorizzare le nostre comuni radici democratiche e i fatti storici interessanti il nostro territorio per il periodo resistenziale.

Sono certo che potrà essere instaurata, con la sua amministrazione, una proficua collaborazione.

Se la politica oggi non interessa molti cittadini ( ne è prova l’astensionismo anche nelle recenti elezioni) è perché sono venuti meno i valori di serietà, onestà, democrazia che sono alla base della nostra civile convivenza.

Con l’augurio più vivo per la sua attività formulo a lei e ai suoi collaboratori, insieme alla più profonda stima, cordiali saluti.

Il Presidente

Guglielmo Invernizzi

Comitato Provinciale di Como – Via Brambilla, 39 – tel. e fax 031 30.80.66

www.anpicomo.it



L’ECCIDIO DI CIBENO

CIBENO, MODENA
Il 12 luglio, 67 internati antifascisti vengono fucilati.

In quel periodo anche Don Paolo Liggeri era internato a Fossoli. Nelle pagine di luglio 1944 del suo diario (pubblicato nel libro “Triangolo rosso – Dalle carceri milanesi di san Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen Dachau) scrive:

«Sono inquieto questa sera, e, per quanto cerchi di dominarmi, non riesco a calmare il mio nervosismo. Dio mio, mi sembra un delitto il solo pensare certe cose, ma dal momento in cui me ne hanno prospettato la possibilità … Dunque le cose stanno così!
Questa sera, durante la solita adunata per l’appello, è sopraggiunto il maresciallo Hans delle SS con un gran foglio in mano, e ha fatto semplicemente annunciare che coloro che sarebbero stati chiamati avrebbero dovuto lasciare le file e inquadrarsi a parte. Abbiamo avuto tutti il solito brivido di sgomento che ci coglie ogni volta che si presenta la poco lieta prospettiva di una deportazione in Germania.
L’odioso appello è stato subito iniziato, e, contrariamente alle altre volte, è stato lo stesso maresciallo a chiamare ad alta voce il numero di matricola di ogni internato prescelto. Era una breve lista (settanta uomini), ma ci è sembrata interminabile; e l’atmosfera intorno era divenuta stagnante, pregna di amarezza, di neri presentimenti, non so, non riesco a definire.
Siamo tornati alle nostre baracche con le spalle curve e il cuore stretto … Io anche questa volta, non sono fra i chiamati. Sono andato a portare la comunicazione al mio vicino di pagliericcio,. il generale della Rovere che non era venuto all’appello perché indisposto. Appena gli ho comunicato che era stato incluso nella lista, l’ho visto trasalire: un attimo; subito si è ricomposto, mi ha stretto la mano, e guardandomi con fermezza negli occhi, mi ha detto:
Non ci vedremo più! …
Davanti e dentro la 21 A, una ressa indescrivibile: gente che trasporta bagagli e pagliericci, abbracci e baci pieni di effusione che si alternano alle calorose strette di mano del più riservati, e uno schiamazzo continuato, un misto di richiami, di saluti ad alta voce, di promesse, di giuramenti, di auguri, di esortazioni, .di parole d’incitamento di esclamazioni di ogni genere, di espressioni fiere …
C’e chi grida: La va a pochi! (e mi ricorda Gasparotto … ). C’è chi è visibilmente commosso, non solo fra quelli che partono, ma anche fra quelli che restano … , come se volessero scacciare un nero presentimento.
Il fischio stridulo della ritirata ha messo fine ai commiati.
Quando sono rientrato nella mia baracca, G. mi ha chiesto:
– Lo sai?
– Che cosa?
– Degli ebrei … ?
– Non so nulla di nulla. Spiegati!

Saranno stati una ventina. Sono stati portati fuori del campo con un camion, equipaggiati con piccone e pala. Sono usciti prima di mezzogiorno e non sono ancora rientrati.
– Be’, che vuoi dire?
– Non capisci, o non vuoi capire?
– Parla chiaro! che vuoi dire?
– Li uccideranno …
– Chi, gli ebrei?
– No, quegli altri.
– Li ucci … Ma sei tu che dovresti farti impiccare, una buona volta! – Ero così furibondo che l’avrei strozzato – Io non capisco che gusto ci provate tu e molti altri a far circolare sempre le notizie più catastrofiche e a far star male tanti compagni che ne hanno già d’avanzo senza le vostre mal augurate fantasticherie.
Ma gli ebrei non sono tornati.
– Segno che sono andati ad aggiustare qualche strada, o a sgombrar macerie.
– Ma anche Fritz l’interprete si è lasciato sfuggire qualche cenno …
– Fammi il piacere, non parlarne più con nessuno.
Dio mio, adesso ch’è notte, ci penso ancora e non riesco a tranquillizzarmi. Se fosse vero … Sciocchezze! Abbiamo, tutti, i nervi malati … Eppure con le SS tutto è possibile. Basti ricordare Gasparotto …Ma Gasparotto era uno, questi sono settanta. Sarebbe enorme!
Della mia baracca (la 16 A) sono stati scelti diciassette, fra cui i miei due vicini di pagliericcio: li rivedo. Questa sera non mi daranno la «buona notte» …
Rivedo anche gli altri, tutti amici cari … Olivelli, Carlo Bianchi, l’avvocato Vercesi, Passerini, Prina, Francesco Caglio, Arosio, Guarenghi, il colonnello Panceri, e Nilo (simpatico bersagliere padovano), Gulin (oh, quella fuga malriuscita), e Kulziski il capo baracca, e gli altri di cui in questo momento non ricordo i nomi. Penso alle loro famiglie … il colonnello Panceri mi ha parlato questa mattina della sua Mimma e Carlo Bianchi mi ha mostrato la foto dei suoi «pupi». Attende il quarto …
No, no! Ho i nervi malati. Sono pazzo. È impossibile!
Fòssoli – 12 luglio 1944
Li hanno ammazzati tutti!
Questa mattina, all’alba, li hanno ammazzati come cani, poveri fratelli miei! È terribile!

Le SS hanno vagamente tentato di mantenere il più assoluto segreto sul massacro dei nostri compagni. Nella stessa giornata del 12 si è avuta nel campo la certezza dell’eccidio e si sono diffusi i primi particolari. Per esempio, la sera del giorno 11, dopo la ritirata, quando ormai tutti gli altri internati erano rientrati nelle loro rispettive baracche, le SS sono entrate nella 21 A dov’erano raccolti i nostri settanta compagni e hanno operato una minuziosa perquisizione sulle loro persone e nei loro bagagli. Un altro particolare: a notte avanzata, sono ritornati gli ebrei che eran partiti in mattinata per scavare una grande fossa. Ma le SS non si sono fidate di avere ingiunto minacciosamente il più rigoroso silenzio, e li hanno fatti dormire in una baracca fuori del recinto del campo in modo da rendere praticamente impossibile ogni tentativo di comunicazione per avvertire in tempo coloro ch’eran destinati al massacro.
La mattina del 12, al momento di effettuare la partenza a scaglioni, mancava uno dei settanta, precisamente Teresio Olivelli. Ma non c’era tempo da perdere per ricercarlo. I condannati – possiamo ormai chiamarli così – vennero inquadrati e condotti nella sede del «Comando», donde furono prelevati a piccoli gruppi, evidentemente allo scopo di poter reprimere con maggior sicurezza eventuali moti di rivolta lungo il tragitto. Questa precauzione però si rilevò ben tosto insufficiente. Infatti, durante il trasporto del primo o del secondo gruppo, non posso precisare, ci deve essere stato un tentativo di ribellione e lo si argomentò dal fatto che SS di scorta tornarono quasi tutte con delle visibili medicazioni: bende e cerotti parlavano un linguaggio molto significativo. Fra le SS, c’era uno che portava addirittura un braccio a tracolla. Deve essere stata una colluttazione paurosamente impari e disperata, che però i tedeschi, passati i primi momenti di sorpresa, non dovettero faticare molto a risolvere in loro favore, dato l’abbondante equipaggiamento di armi di cui disponevano e il numero rilevante della scorta. Qualcuno, non saprei con quale attendibilità, fa il nome di due o tre compagni i quali, durante il «corpo a corpo» con le SS, avrebbero trovato la possibilità di buttarsi dal camion in corsa e di mettersi in salvo.
Non fu soltanto l’improvvisa apparizione delle bende e dei cerotti, a farei intuire il tentativo di rivolta; ma anche un altro particolare sintomatico, che non sfuggì agli occhi di alcuni compagni, i quali, la mattina del 12, stavano a spiare dall’interno del campo ciò che avveniva al di là del recinto: nelle spedizioni successive, le SS ammanettarono scrupolosamente gli internati, prima di farli salire sull’automezzo che li doveva trasportare.
Un altro dettaglio, che finì col documentare la soppressione dei nostri compagni, fu costituito dai bagagli. Erano tutti ammucchiati in una stanza del comando. I nostri compagni, dunque, erano partiti senza bagagli … e per il viaggio cui erano destinati non ce n’era bisogno …
La sera, sul tardi, tornarono gli ebrei che erano rimasti fuori del campo, ancora un’altra giornata, per ricoprire la fossa, dopo l’eccidio. Gli ordini di mantenere il silenzio su quello che erano stati costretti a fare e su ciò che avevano visto, dovevano essere stati così minacciosi, che non fu possibile cavar loro di bocca nessuna notizia concreta. Furono accostati, però, separatamente e fatti cadere in contraddizione. Alcuni riferirono che erano stati a sgombrare macerie, altri che s’era trattato della riparazione di un tronco di ferrovia, altri che avevano demolito baraccamenti semidistrutti dal fuoco.
Le contraddizioni rivelavano chiaramente che il segreto da tenere celato era molto grave. Pare, infine, che uno della squadra, pressato dalle domande di un’amico, a un certo punto abbia fatto con la mano un gesto inequivocabile per significare: – tutti finiti!
Altre notizie più precise cominciarono già a trapelare per mezzo della viva voce di qualche milite italiano che, nella torretta di guardia, solo, si sentiva particolarmente oppresso dall’orrendo segreto.
La notte, ci siamo buttati sul pagliericcio con la tremenda certezza che non avremmo veduto più i nostri compagni e le diverse voci, le atroci indicazioni che avevamo potuto raccogliere, ci risuonavano ancora nelle orecchie e ci martellavano cuore e cervello, tenacemente, esasperanti.
All’alba, li hanno ammazzati … Al Poligono di Carpi … li hanno buttati nella fossa scavata dagli ebrei … li hanno spogliati degli oggetti personali che potevano facilitare l’identificazione … poi li hanno coperti con uno spesso strato di calce perché si decompongano più celermente … e hanno fatto gettare sementi sulla terra che ha ricoperto la fossa. Pare che siano accorsi dei preti (o il Vescovo), che abbiano chiesto almeno di poter benedire i morti … sono stati brutalmente respinti, ammoniti di badare ai fatti loro … perché da quelle parti non c’era nulla che li potesse riguardare … e siccome non se ne andavano, hanno puntato le armi.
Assassini! … Assassini!»

I nomi dei 67 martiri trucidati nel Poligono di tiro di Cibeno, frazione a circa 3 km a nord di Carpi, del 12 luglio 1944:
Andrea Achille, Vincenzo Alagna, Enrico Arosio, Emilio Baletti, Bruno Balzarini, Giovanni Barbera, Vincenzo Bellino, Edo Bertaccini, Giovanni Bertoni, Primo Biagini, Carlo Bianchi, Marcello Bona, Ferdinando Brenna, Luigi Alberto Broglio, Francesco Caglio, Emanuele Carioni, Davide Carlini, Brenno Cavallari, Ernesto Celada, Lino Ciceri, Alfonso Marco Cocquio, Antonio Colombo, Bruno Colombo, Roberto Culin, Manfredo Dal Pozzo, Ettore Dall’Asta, Carlo De Grandi, Armando Di Pietro, Enzo Dolla, Luigi Ferrighi, Luigi Frigerio, Alberto Antonio Fugazza, Antonio Gambacorti Passerini, Walter Ghelfi, Emanuele Giovanelli, Davide Guarenti, Antonio Ingeme, Sas Jerzj Kulczycki, Felice Lacerra, Pietro Lari, Michele Levrino, Bruno Liberti, Luigi Luraghi, Renato Mancini, Antonio Manzi, Gino Marini, Nilo Marsilio, Arturo Martinelli, Armando Mazzoli, Ernesto Messa, Franco Minonzio, Rino Molari, Gino Montini, Pietro Mormino, Giuseppe Palmero, Ubaldo Panceri, Arturo Pasut, Cesare Pompilio, Mario Pozzoli, Carlo Prina, Ettore Renacci, Giuseppe Robolotti, Corrado Tassinati, Napoleone Tirale, Milan Trebsé, Galileo Vercesi e Luigi Vercesi.
Erano uomini con le esperienze più varie, di tutte le professioni, di tutte le regioni, dai 16 ai 64 anni.

La stampa dell’Italia liberata diede grande rilievo all’esumazione delle vittime e alle esequie solenni il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano: fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione e personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna.

FOSSOLI

FOSSOLI, PER SAPERNE DI PIU’

Il campo di Fossoli, allestito nel 1942 per ospitare i prigionieri di guerra e successivamente ampliato con il cosiddetto Campo Nuovo, in seguito all’armistizio, il 5 dicembre 1944 fu ufficialmente riaperto alle dipendenze della prefettura di Modena come campo di concentramento per ebrei della Repubblica Sociale Italiana, e quindi sotto il comando delle SS ( 15 marzo 1944) come campo di concentramento e transito degli ebrei e degli oppositori politici.

Nel dopoguerra vi furono internati dapprima i prigionieri dello sconfitto regime, poi divenne campo profughi e infine passò alla Comunità di Nomadelfia per bambini abbandonati ed orfani di guerra.

A causa dell’avvicinarsi del fronte e delle azioni partigiane nella zona, il 2 agosto 1944 il comando tedesco decise la chiusura del campo ed il trasferimento dei prigionieir nel campo di Bolzano ( Gries) già attivo dal luglio 1944.

Si calcola che più di 5.000 deportati, di cui 2.844 ebrei e circa 2.500 fra deportati politici e rastrellati transitarono per il campo di Fossoli.

L’arrivo dei prigionieri al campo di Fossoli ( così come per Bolzano e la Risiera di San Sabba) segna il passaggio da una storia individuale ad una vita comune di deportazione, com pratiche burocratiche umilianti all’arrivo che danno il via all’opera di annientamento dell’individuo: la rasatura dei capelli, l’assegnazione di un numero di matricola e del distintivo ( il triangolo rosso, per i politici).

ognuno di noi dà le generalità, in compenso riceviamo due triangoli rossi e due rettangolini bianchi recanti il numero di matricola” ( diario di Leopoldo Gasparotto, Fossoli, 26 aprile 1944).

Il campo di Fossoli è composto da baracche di legno, guardate a vista dalle guardie,circondate da un reticolato di filo spinato

il filo spinato maledetto che mi entra con le sue spine nel cuore” ( G.Luigi Banfi, Fossoli, 1 giugno 1944)

Di giorno i prigionieri politici sono costretti ai lavori forzati, per lo più attività agricole, lavori di sterro o sistemazione di strade all’esterno del campo. Le ore libere e la notte sono condizionate dalla condivisione dello spazio ristretto con numerose altre persone

cento per camerata, si dorme in “castelli”, specie di cuccette doppie a quattro posti. Pagliericcio e una coperta. Si dorme anche se pulci e zanzare ( qualche cimice e pidocchi) ci deliziano. ( Piero Garelli, Fossoli, maggio 1944)

Le sofferenze principali dei prigionieri, oltre alla mancanza di libertà e alla lontananza da casa, sono il freddo e la fame. La razione ufficiale di vitto sono due minestre, a pranzo e a cena, e 250 gr. di pane di segale.

Le richieste di aiuto, attraverso l’invio di pacchi di viveri e vestiario sono pressanti e continue, anche se a volte mascherate, per non far preoccupare i familiari, e la situazione è più grave per quei deportati che hanno la famiglia lontana o in condizioni economiche disagiate.

Alla durezza della vita e alla costante paura di venire deportati in Germania

ieri sono partiti più di mille uomini per la Germania e noi siamo qui in attesa. E’ per noi un’angoscia non saper niente” ( Jenidi Russo, Fossoli, 21 giugno 1944)

si aggiunge anche la violenza fisica e non mancano uccisioni e stargi, come l’assassinio dell’esponente azionista Leopoldo Gasparotto il 22 giugno a Fossoli e la fucilazione per rappresaglia di 67 prigionieri il 12 luglio 1944 nel poligono di tiro di Cibeno.

ANNIVERSARIO DELL’ATTENTATO A FALCONE

23 MAGGIO, VENT’ANNI DOPO

E’ LA LOTTA ALLA MAFIA LA NUOVA RESISTENZA

Il 23 maggio 1992 veniva assassinato Giovanni Falcone; dopo vent’anni sono ancora molti i risvolti oscuri di questo e di altri eventi legati alla stagione terroristica nel biennio 1992-93. Oltre alla vendetta o alla cautela preventiva da parte di Cosa Nostra, qual è stata l’effettiva finalità dell’uccisione di Giovanni Falcone?

«La guerra alla mafia è la nuova Resistenza» aveva dichiarato nel novembre di due anni fa Rita Borsellino a “Contromafie”, il convegno organizzato a Roma da Libera. «La lotta alle cosche – aveva aggiunto – si fa tutti i giorni. Bisogna scegliere da che parte stare e devono essere i giovani i protagonisti della resistenza civile».

La strage di Capaci ieri, come l’attentato a Brindisi oggi.Atti assassini vigliacchi e vergognosi, per combattere i quali occorre reagire subito e alzare la testa con orgoglio.

Contro la violenza inaudita e bestiale del potere mafioso, perchè la nostra democrazia possa resistere, occorre coraggio e impegno unitario, un impegno continuo anche nell’estirpare la mentalità mafiosa, la lotta all mafia deve vedere il nostro Paese sempre più impegnato nella lotta all’illegalità, anche di quei comportamenti che, pur non essendo penalmente rilevanti, sono politicamente e moralmente da disprezzare.

DOMENICA 27 MAGGIO, FOSSOLI

 

DOMENICA 27 MAGGIO

Domenica 27 maggio l’Anpi Provinciale e l’Associazione Amicizia Italia-Cuba hanno organizzato una gita culturale presso il campo di Fossoli situato in provincia di Modena.

Il campo nacque il 2 maggio 1942 e fino all’8 settembre 1943 fu utilizzato come campo per prigionieri di guerra. Dopo l’8 settembre fu utilizzato dalla Repubblica Sociale Italiana e, quindi direttamente dalle SS come “campo di concentramento e transito” per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici.

Il programma previsto è il seguente:

ore 6,30: partenza dal parcheggio del cimitero di Rebbio (vicino alla sede del circolo)

ore 10,30: arrivo a Fossoli e inizio visite guidate al Monumento Museo e al campo di concentramento

ore 13,30: pranzo con il seguente menù:

      Antipasto emiliano

      1° piatto: Risotto con peperoni e strozzapreti con salsiccia

      2° piatto: Arrosto di maiale con contorno

      Dolce della casa

      Acqua – Vino

Successivamente visita a un caseificio con possibilità di acquisti anche di salumi

Rientro previsto a Como alle ore 22,00

Posti quasi esauriti, si prega di telefonare per informazioni.