SANT’ANNA DI STAZZEMA, IL RICORDO DEI SUPERSTITI

Da Il Fatto Quotidiano

La tragedia del 1944 non terminò quel 12 agosto, quando i nazisti trucidarono 560 tra uomini, donne e bambini. Ma continuò per oltre un mese in alcune grotte in cui i superstiti rimasero nascosti: “Avevamo paura che i tedeschi tornassero e completassero la strage

di | 20 settembre 2015
 
“Eravamo degli zombie. Abbiamo vissuto nascosti nelle grotte, senza parlare, senza uscire, se non di notte. Il nostro terrore era che tornassero e completassero la strage”. Tutti sanno cosa accadde a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944, quando furono trucidati 560 tra uomini, donne e bambini. Ma il dopo, fatto di morti da seppellire e morti viventi che si lanciavano nella fossa con i propri cari, fu la prosecuzione dell’incubo. Quaranta giorni chiusi in una grotta, con il terrore che i mostri fossero ancora lì fuori. Lo racconta a ilfattoquotidiano.it  Ennio Mancini, 6 anni all’ epoca, sopravvissuto grazie a un SS che sparò in aria.La sua fu una storia “fortunata”: suo padre, tornato dal bosco dove era nascosto con gli altri uomini del paese per sfuggire a quella che inizialmente sembrava solo una retata, trovò tutta la famiglia ancora in vita. “Il 15 di agosto mio padre radunò i parenti e alcuni amici, in tutto 23 persone. Ci portò a nasconderci in una grotta in fondo al paese. Aveva paura che tornassero i tedeschi per finire il lavoro. Quando la sera il vento di tramontana scendeva, portava l’odore acre della carne bruciata. Per me è l’odore della morte, è la morte. Non si sapeva quel che succedeva, si sentivano solo i rumori delle cannonate. Si usciva solo la sera, quando si faceva un fuoco per cucinare patate e fagioli”.
L’odore della carne bruciata
Solo la zia Doralice Mancini mancava all’appello. La andarono a cercare, abitava al borgo ai Franchi. “Lì ho visto la carneficina – racconta Ennio, ora 77enne – Corpi dilaniati, deformi. Il sangue raggrumato aveva attirato sciami di mosche, i cadaveri erano neri. Quando ci si avvicinava le mosche se ne andavano e poi ritornavano, il rumore degli sciami… La sensazione che mi è rimasta nel tempo però è l’odore acre, nauseabondo di carne bruciata, di uomini e bestie rimaste nelle stalle, un odore che ha pervaso la vallata per giorni e giorni”. La piazza della chiesa era irriconoscibile. La sera prima gli sfollati avevano messo su un mercato, ceste di frutta e verdura allineate sui muretti e di una vacca squartata e appesa ai platani. Da una parte, cadaveri ammassati, resi irriconoscibili dal fuoco, appiccato con le panche trafugate in chiesa. Su tutto, il silenzio, interrotto solo dai latrati degli uomini che, usciti dai boschi, scoprivano cosa era successo.
“I miei amichetti non sono stati più trovati”
Ne conoscevano di nascondigli, i bambini di Sant’Anna. Come Velio e Wilma Bartolucci, 7 anni, cuginetti. Erano loro i migliori amici di Ennio. La sera prima avevano giocato insieme a nascondino e a uno-libera-tutti, lì, nella piazza della chiesa. Sperare che si fossero solo nascosti, quel giorno, non servì a niente. Nella casa di Wilma, ai Franchi, il piccolo Ennio si affacciò. Vide dei piccoli resti umani bruciare sul letto, sotto una trave in fiamme. “Forse era Wilma” ricorda oggi. I suoi amici non sono mai stati riconosciuti. E davanti alla chiesa lui non ha più giocato. “Se nel 1943 eravamo 43 ragazzi nella scuola del paese, nel 1945, alla riapertura, eravamo in 12. Del famoso girotondo di bambini della fotografia, rimase viva una sola bambina, Leopolda Bartolucci”. Quel giorno Ennio si fermò solo poche ore in paese. Il tempo di rendersi conto cosa fosse successo. Di essere abbracciato da un uomo che lo chiamava col nome del suo bambino morto.

La vita “di prima” spazzata dai ricordi
Della vita di prima, scandita dall’Ave Maria all’alba e dal Credo quando il sole si buttava in mare, non restava più niente. Saltarono tutte le regole, le credenze. Si ruppe la fede. Sant’Anna, protettrice delle mamme, quel giorno aveva pensato solo a se stessa. La sua statua rimase illesa mentre tutto andava a fuoco. Un egoismo che alcuni superstiti non le hanno mai perdonato. Un tempo, detto l’Ave Maria, l’acqua delle sorgenti non si poteva bere: si credeva vi finissero gli spiriti maligni; adesso era intoccabile perché infestata dai cadaveri. “C’era pochissima acqua buona e la mamma non voleva che la sprecassimo. Lavarci era sciupare l’acqua”.

Di tutto, Ennio ricorda soprattutto la sporcizia. “La mancanza di igiene era opprimente. Eravamo in una condizione pietosa. Pieni di insetti, di pulci, di pidocchi”. Così, terrorizzati, sporchi, affamati, rimasero in silenzio nella grotta, come bestie, uscendo solo di notte. Fino a che non videro tornar su i soldati. “Fu la paura, il terrore. Gli adulti si raccomandavano a noi bambini che si stesse zitti, di non farci sentire. Poi qualcuno avvicinandosi si è accorto che non erano tedeschi. Tra cui mio padre, che veniva dalla guerra, pertanto conosceva perfettamente le divise. ‘Sono americani, sono americani!’ gridarono gli adulti. E allora siamo usciti tutti dalla grotta. Era il 21 o 20 settembre del 1944. Circa 40 giorni dopo la strage. ‘Aiuto! Aiuto!’ urlavamo”. 

“Quando gli americani mi dettero il cioccolato per me fu la vera Liberazione”
Una corsa a perdifiato giù per il pendio scosceso, per raggiungere quei quattro o cinque soldati che, increduli, si erano fermati ad aspettare quegli uomini di Neanderthal che uscivano dalla grotta. “Erano la prima pattuglia americana venuta per capire quello che era successo. Tra loro c’era un nero. Io mi sono spaventato da morire. Urlavo, piangevo, andavo a nascondermi dietro le gonne delle donne. E quel soldato sorrideva, aveva capito, mi dette una cosa: la cioccolata. Così gli americani hanno conquistato la mia simpatia. A McBride, l’autore del libro Miracolo a Sant’Anna, avevo raccontato questo episodio. E allora lui ha visto il bambino che lecca il soldato di cioccolata. Quel giorno fu per me la vera Liberazione”.

ANNIVERSARIO – TERESA GULLACE

Teresa Gullace venne uccisa a Roma , a 37 anni, il 3 marzo 1944 dagli occupanti nazisti mentre cercava di parlare al marito Girolamo, arrestato nel corso di un rallestramento.

” Roma città aperta”, il celebre film di Roberto Rossellini, con Anna Magnani protagonista, si ispira proprio alla tragica vicenda di Teresa Gullace, anche se la storia del film è profondamente modificata.

Teresa Gullace è divenuta simbolo della Resistenza romana, ed è stata insignita della Medaglia d’ Oro al Valor Civile nel 1977.

LO SFRUTTAMENTO DEGLI ESSERI UMANI NEI LAGER

L’industria tedesca, in accordo con l’ amministrazione del reparto economico di Auschwitz, era autorizzata ad usare “senza risparmio” la mano d’ opera degli internati. Per ognuno di essi le industrie versavano 6 marchi al giorno per gli specializzati, e 4 marchi per i non specializzati.

Ogni internato era un numero che in vita o in morte aveva un valore economico da cui si doveva ricavare un profitto.


Il grado di perfezione cui era giunto questo mostruoso sfruttamento risulta dai calcoli che l’ SS – Wirtschafts – Verwaltungshaupamptes aveva stilato:

Rendimento medio per internato …………………. R.M.      6 marchi

Dedotto mantenimento   ……………………………. R.M.   –  0,60 marchi

Dedotto logoramento abiti …………………………. R.M.    –  0,10 marchi

                                                                   ———————————-

                                                                                    5,30 marchi

Durata medio della vita / calcolata in 9 mesi      

/ 270 X R.M. 5,30)    ………………………..            R.M.    1.431 marchi

                                                                   ————————————-

 

Ricavo presunto da utilizzo del cadavere

– oro dei denti – abiti civili – oggetti preziosi – denaro         R.M.      200 marchi

– dedotto spese cremazione   ………………….. ……….       R.M.       – 2 marchi

                                                                           ————————————–

                                                                                    R.M.      198 marchi

 

TOTALE RENDIMENTO                                                     R.M.     1.629 marchi a internato                                              

I PATTI DI SARETTO

70° ANNIVERSARIO DEI PATTI DI SARETTO

(31 MAGGIO 1944), FONDAMENTO DELL’EUROPA DEI POPOLI

Borgata Saretto, Acceglio, 11 agosto 2014.

Folta e attenta partecipazione di cittadini, giunti anche da molto lontano, alla rievocazione dei Patti di Saretto, sottoscritti tra i rappresentanti del CNL del Piemonte e della Resistenza francese contro ogni dittatura. L’ incontro avvenne 70 anni orsono, il 31 maggio 1944 a Casa Arrigoni ( i cui attuali proprietari, la comasca Marta Arrigoni e il fratello Giorgio, sono nipoti di uno dei firmatari), nella Borgata Saretto di Acceglio. Anche se di modesto valore pratico ( lo sbarco degli alleati franco-americani in Provenza ne annullò, di fatto, gli accordi), i Patti conservano un immenso valore morale, auspicando la Federazione dei Popoli Europei all’ insegna della giustizia sociale, della libertà e della fratellanza.

Per iniziativa della Provincia di Cuneo, del Centro Europeo Giovanni Giolitti di Dronero-Cavour e dall’Associazione degli studi sul Saluzzese, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, la giornata è stata aperta dal Consigliere regionale Gianna Gancia, che ha sottolineato l’attualità dei principi ispiratori di quei Patti: edificare l ‘Europa dei cittadini, libera dai “poteri forti” che due volte l’hanno precipitata nella fornace di guerre fratricide.

Aldo A. Mola, direttore del Centro Giolitti, ha evidenziato il nesso tra la figura di Giolitti, fautore della sovranità dei cittadini attraverso il libero voto e proprio perciò venduto” dai colleghi cuneesi al governo di Roma, in cambio di finanziamenti per opere pubbliche (era il dicembre 1925), e la lotta di Liberazione che nel 1945 ripristinò l’elezione dei rappresentanti dei cittadini nei Consigli Comunali e Provinciali e alle Camere dei deputati e dei senatori: la “sovranità popolare”, insomma, proclamata fondamento della democrazia italiana dalla Costituzione Repubblicana.

Purtroppo nel dopoguerra prevalsero la guerra fredda, il bipolarismo, rivendicazioni e divisioni per motivi arcaici. Proprio perciò i Patti di Saretto furono e rimangono la stella polare del Movimento Federalista Europeo, dell’europeismo vero: quello del Manifesto di Ventotene, della Carta delle Autonomie di Chivasso, del Progetto di Costituzione confederale europea elaborato da Duccio Galimberti e da Antonino Rèpaci.

Casa Arrigoni ha conservato la genuinità originaria: il rude tavolo attorno al quale i Patti furono discussi e firmati è ancora lì, a testimoniare fisicamente un mondo che merita di essere meglio conosciuto, soprattutto dai giovani: meta raccomandata per gite scolastiche come tutte le Valli del Cuneese, popolate da “uomini liberi, nemici della retorica, capaci di ideali” (come scrisse Dante Livio Bianco). E’ la terra originaria di Giovanni Giolitti (“La nostra era una famiglia di contadini-montanari, che deve avere vissuto per secoli in quella vallata che ebbe sempre una fiera indole democratica” scrisse egli stesso nelle Memorie della mia vita),di Gustavo Ponza di San Martino, Luigi Einaudi, Marcello Soleri e di tanti altri artefici della Terza Italia. Terra di cultura vera.

Al termine dell’incontro di Saretto Aldo A. Mola ha consegnato a Gianna Gancia la prima copia del volume Da Giolitti a Umberto II: la Storia che torna, comprendente gli atti dei convegni di Vicoforte (Incontro Umberto II trent’anni dopo) e di Cuneo-Dronero-Alessandria (Mito e realtà del diritto di voto all’età giolittiana al regime), pubblicato dal benemerito centro Stampa della Provincia di Cuneo e di imminente diffusione.

La rievocazione dell’11 agosto 2014 rimane agli atti anche grazie al folder, curato da Giorgio Arrigoni, e all’apposito annullo che l’Ufficio Filatelico della Posta Centrale di Cuneo rilascerà a richiesta nei modi consueti.

 

https://www.dropbox.com/s/blfbtq5o6u532or/rievocazione%20sarettopatti.pdf

Vedi il video

https://www.youtube.com/watch?v=iuT0ER5sR_8&feature=youtu.be

LA BATTAGLIA DI MEGOLO

BATTAGLIA DI MEGOLO


La battaglia di Megolo fu uno degli episodi più eroici della Resistenza. Il 13 febbraio 1944, alle prime luci dell’alba, reparti delle SS, appoggiati da una compagnia della GNR, invasero la piccola frazione di Pieve Vergonte, con l’intento di stroncare la Resistenza dei ribelli che operavano in quel luogo. Due giovani partigiani, che riposavano in attesa di raggiungere i loro distaccamenti, furono sorpresi nel sonno e catturati. Trascinati davanti al comandante delle SS furono a lungo e invano torturati, non fecero alcuna rivelazione. Alla fine, ormai quasi in fin di vita, furono fucilati nella piazzetta a lato dell’osteria del paese.

Avvertiti del rastrellamento in corso, i partigiani della valle, al comando del Capitano Filippo Maria Beltrami, architetto, 36 anni,   medaglia d’Oro al Valor Militare, si disposero a resistere: erano 53 uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra e una cinquantina di moschetti contro più di cinquecento nazi-fascisti armati di tutto punto, con un cannoncino, due mortai, tre mitragliatrici, fucili mitragliatori e mitra.

Mentre la nebbia di disperdeva e i raggi del sole iniziavano a illuminare il nuovo giorno, i partigiani osservavano in silenzio l’avanzare della colonna nemica. Era necessario attendere che i nazi-fascisti giungessero a tiro, per non sprecare le munizioni. I tedeschi avanzavano su tre linee distanziate fra loro di qualche metro, i fascisti avanzavano sulle due ali. Finalmente il Capitano diede il segnale e i partigiani iniziarono a sparare. Fu una battaglia lunga e cruenta, con fasi alterne. Più volte il fuoco dei partigiani costrinse gli avversari a ripiegare, ma sempre essi si riconpattavano e tornavano all’attacco. L’ unica arma pesante dei partigiani s’inceppò e dovette essere abbandonata, uno dei due mitragliatori fu raggiunto da un colpo di mortaio. Con le poche munizioni rimaste non potevano più resistere a lungo. Il Capitano respinse per la seconda volta l’invito ad arrendersi. Era necessario attaccare il nemico e i partigiani balzarono all’assalto. Sorpresi dall’azione i nazi-fascisti iniziarono a ritirarsi disordinatamente, inseguiti dai ribelli. L’azione terminò nell’abitato di Mengolo, dove gli inseguitori furono falcidiati dalle mitragliatrici dei rinforzi giunti dall’Ossola in appoggio dei nazisti. Cadde anche il capitano Beltrami, mentre cercava di riorganizzare i suoi uomini, e caddero, mentre cercavano generosamente di soccorrerlo, Gaspare Pajetta, studente torinese di 17 anni e Antonio Di Dio, di 20 anni, un ufficiale di carriera che dopo l’8 settembre si era unito alla Resistenza.

Un fascista, raggiunto Beltrami, fece scempio del suo corpo con un pugnale.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli


Leggete l’appassionante testimonianza di Gino Vermicelli:

http://archiviodelverbanocusioossola.com/2012/02/23/megolo-13-febbraio-1944/