I SEI MARTIRI DI CIMA – STORIA

I MARTIRI DI CIMA

Alla fine del novembre ’44, ebbe inizio un grande rastrellamento nelle valli ad occidente del Lario, con l’impiego, inusuale per numero di forze, di circa 1.500 uomini.

Al fine di eliminare le formazioni  partigiane presenti sui quei monti, i reparti nazifascisti risalirono contemporaneamente la Valsolda, la Val Cavargna, la Val Rezzo e la Val Menaggio, lungo un semicerchio che aveva come centro Porlezza.

Sei giovanissimi partigiani, appartenenti al distaccamento “Quaino”,

– Giuseppe Selva “Falco”, comandante del gruppo, nato a Cima il 1916

– Angelo Selva, “Puccio”, nato a Cima il 1924

– Gilberto Carminelli, “Bill”, nato a Milano il 1918

– Angelo Capra, “Russo”, nato a Zurigo il 1924

– Ennio Ferrari, “Carlino” – “Filippo”, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza il 1927 

e una giovane donna, Livia Bianchi, nome di battaglia “Franca”, nata a Melara ( Ro) il 1919

per sfuggire ai rastrellamenti, risalirono sull’Alpe Vecchio, usando come rifugio una piccola baita già parzialmente incendiata dai fascisti. Qui resistettero fino a metà gennaio 1945 in condizioni disumane, al gelo intenso di quell’inverno, alla neve, che rendeva visibili i loro spostamenti e alla fame, causata dall’ impossibilità di approvvigionarsi. Infine, stremati, ridiscesero fino al paese di Cima ( di cui erano originari due di loro) e si nascosero presso l’ abitazione di un antifascista del luogo. Scoperti, vennero denunciati al Centro Antiribelli di Menaggio da un delatore. Circondata la casa nella notte del 20 gennaio, le Brigate Nere iniziarono una violenta sparatoria; i giovani partigiani si difesero strenuamente, ma vennero indotti alla resa dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita.

Catturati, benchè uno di loro fosse ferito, i giovani vennero percossi duramente e infine, fatti spogliare, vennero fatti incamminare a calci e pugni lungo il sentiero che porta al cimitero di Cima e allineati contro il muro di cinta, per essere sommariamente fucilati.

A Livia Bianchi, in quanto donna, venne offerto che le fosse risparmiata la vita, ma ella orgogliosamente rifiutò, preferendo morire da partigiana con i suoi compagni. Per questo episodio le venne conferita la Medaglia d’Oro alla Memoria.

24 GENNAIO, ANNIVERSARIO DEI MARTIRI BALLERINI E CANTALUPPI

I I

 

LUIGI BALLERINI nacque, crebbe e formò la sua cultura politica nell’ambiente sociale della Albate di allora: operaia, con l’Omita nella quale nel 1943 ci furono grandi scioperi con le relative azioni punitive dei fascisti; non solo ardori giovanili, ma, sopratutto, furono gli ideali morali a guidarlo verso la scelta partigiana.

ENRICO CANTALUPPI nacque a Lipomo il 24 agosto 1923; arruolato nei carabinieri, nell’ottobre ’43, quando i tedeschi imposero la liquidazione dell’arma fedele alla monarchia, Enrico sfuggì alla deportazione nei lager e rientrò a Lipomo; a Como si impegnò in manifestazioni antifasciste con il fratello Giovanni e la sorella Cristina.

Ballerini e Cantaluppi entrarono nel 1944 nelle GAP-SAP di pianura, comandate, nel territorio di Como dal giovanissimo partigiano Elio Marzorati; le loro prime azioni furono di propaganda e disarmo delle pattuglie fasciste.

LA SERA DEL 22 GENNAIO 1945, i due tentarono la cattura del maggiore Petrovich, per poi scambiartlo con l’allora segretario del PCI di Como, Dante Gorrieri.
Il comandante della G.N.R. allertò le guardie fasciste che attesero l’arrivo dei due giovani; i due partigiani furono facilmente arrestati e condotti nella caserma di Via Lambertenghi; vennero sottoposti ad atroci torture e poi alle 5 del mattino del 24 gennaio 1945, vennero condotti in Via Barelli, lungo il torrente Cosia a Como, allora aperto.
Nei presso della Officina del Gas, dove ora c’é una lapide che li ricorda, un plotone della G.N.R. compì l’esecuzione.

FONTE: Ipsia Ripamonti “Storie della Resistenza Comasca” a cura di Marina Caretto e Gavino Puggioni, redatto con il lavoro delle calssi 3B, 3Y, 4B, 5N, inserite nel progetto: “I giovani dialogano con la storia”

ADOLFO VACCHI, RELAZIONE DI GIUDEPPE DE LUCA

Riportiamo la relazione del presidente dell’ Anpi Seprio Giuseppe De Luca alla manifestazione in memoria di Adolfo Vacchi tenutasi a Veniano sabato 28 marzo.

Adolfo Vacchi

Un matematico per la libertà

 

L’Anpi Seprio , nell’ambito delle manifestazioni promosse per il 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, contribuisce alla valorizzazione della figura e del ruolo di Adolfo Vacchi nella Resistenza Italiana, da una parte sostenendo la ristampa e l’ampliamento del libro a lui dedicato e dall’altra parte anche attraverso uno specifico seminario di studio e di riflessione sul ruolo da lui avuto nella lotta al fascismo.

Entrambe queste iniziative sono realizzate in collaborazione con l’Anpi provinciale,il Comune di Veniano e l’Istituto per la Storia Contemporanea “Pier Amato Peretta” di Como.

Con Vacchi vogliamo rendere onore anche al gruppo di partigiani di Veniano che si sono impegnati nella resistenza e nella lotta al fascismo. Essi sono :Sala Pietro ,Ferrario Luigi, Sala Giuseppe, Rimoldi Pasqualina, Ferrario Giuseppe, Piatti Tommaso, Tettamamzi Antonio, Ferrario Carlo e l’ingegnere Luigi Carissimi.

Quest’ultimo fu uno dei due (assieme all’ing. Enrico Mariani) che hanno istruito il processo contro Saletta Domenico, Pozzoli Lorenzo, Pankoff Timoteo , Forzano Ferruccio, Mariani Enrico, Ciceri Antonio, Paone Giuseppe, Serra Antonio, Noseda Mario, Bruschi Angelo, Sallusti Biagio.

Va ricordato anche che Luigi Carissimi-Priori dei Gonzaga,apparteneva al PCI fin dal 1936. Arrestato nell’agosto 1944 per organizzazione di bande armate,appartenenza al Comitato di liberazione e per la detenzione di una centrale di informazione a mezzo di radio trasmittenti a favore dell’ Organizzazione per la Resistenza Italiana,un’agenzia di intelligence collegata ai servizi segreti alleati. Seviziato dalla banda Saletta e detenuto con la moglie prima alle carceri di S.Donnino e quindi di San Vittore per 9 mesi, e cioè fino al 25 aprile 1945.

Adolfo Vacchi ,per la sua attività politica e sindacale venne schedato il 25 giugno 1914, quando era uno dei dirigenti della federazione del PSI a Bologna. Trasferitosi a Venezia nel 1915, fu segretario della CdL dal 1920 al 1923. Per sottrarsi alle persecuzioni fasciste si trasferì a Milano dove, non essendo iscritto al PNF, potè insegnare solo nelle scuole private.

Carissimi e Vacchi avevano allestito una stazione radio rice trasmittente qui a Veniano,correndo seri pericoli poichè , in particolare, Vacchi era già notevolmente compromesso con il fascismo fin dalle sue origini.

Il gruppo di partigiani di Veniano con questa radio garantiva i collegamenti tra i Comandi Partigiani dell’Italia occupata dai nazisti e quelli della vicina Svizzera ed il quartier generale di comando del Generale Alexander.

Un lavoro questo indispensabile per la trasmissione di messaggi in codice, ma pieno di pericoli, poichè la zona dove essi operavano era terrorizzata dalla banda Saletta che si era resa responsabile di atroci esecuzioni di partigiani oltre che di torture e sevizie su cittadini inermi.

Cosi come era indispensabile il lavoro che facevano per la costituzione ed organizzazione di bande armate partigiane nella provincia, mediante la fornitura di materiali paracadutati e per una attiva propaganda antifascista ed antitedesca che aveva più volte provocato la reazione minacciosa delle organizzazioni fasciste e delle diverse Questure ed Uffici politici investigativi.

Ma questo gruppo di partigiani raccolto attorno a Vacchi e Carissimi aveva anche il ruolo di informatore,di collegamento con gli altri gruppi partigiani della zona,ed anche quello di procurare generi alimentari e medicinali.

Esso svolgeva quindi un’azione di supporto alle forze partigiane impegnate lungo la frontiera del Lario e che entravano, spesso, in rotta di collisione armata con i gruppi fascisti che operavano a Como ed in Provincia.

Intellettuali di primissimo piano sia Vacchi che Carissimi avevano stretto una solida alleanza con contadini,operai ed artigiani;con uomini e donne appartenenti a differenti classi sociali e che trovavono il loro punto di convergenza sociale nella lotta al fascismo.

In particolare Vacchi qui a Veniano esce dal suo solitario sdegno contro il fascismo durato quasi un ventennio e si impegna concretamente con un gruppo di uomini e donne nella lotta armata utilizzando gli strumenti a lui più congeniali che erano una spiccata intelligenza abbinata ad una raffinata capacità di analisi che mise al servizio della gestione di una stazione radio-ricetrasmittente clandestina.

A testimonianza che a Veniano come nel resto d’Italia la lotta al fascismo ed al nazismo non ha conosciuto frontiere di classe, ma ha coinvolto tutti i gruppi sociali.

Negli anni ’40 Veniano era un piccolo borgo e la presenza qui di un gruppo coeso di 10 partigiani fa pensare che quasi tutta l’intera popolazione nutrisse sentimenti antifascisti ed antinazisti,se questo gruppo ha potuto agire per lungo tempo prima che Carissimi e Vacchi venissero scoperti e catturati,dopo i fatti di Guanzate, dove furono trucidati Clerici e Zampiero.

A prima vista Adolfo Vacchi, nome in codice Hope, sembra una figura minore della Resistenza, ma non è così. L’impegno da lui profuso nell’organizzazione di gruppi di opposizione durante tutto il periodo del regime fascista, di gruppi di azione partigiana negli anni della Resistenza armata ed il modo come fu arrestato e giustiziato, senza prove significative e con lo squallido stratagemma del tentativo di fuga, ne fanno invece una figura di spicco.

Intellettuale, docente liceale di matematica, perse la cattedra per essersi rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, come altri suoi colleghi facevano. Egli conosceva bene Mussolini, per essere stato suo alleato all’inizio negli anni 1913-1914 collaborando ad Utopia, Rivista Quindicinale del Socialismo Rivoluzionario Italiano con redazione a Milano,edita a Lugano e diretta da Mussolini, da lui però prese le distanze non appena emerse il carattere di violenza, di sopraffazione e di terrore su cui essa si reggeva il progetto fascista di società. La sua opposizione al fascismo fu quindi sin dalla prima ora e durò lungo tutto un ventennio.

Condannato, in conseguenza di questo suo rifiuto ad allinearsi alle regole accademiche fasciste, ad una vita di stenti e di sofferenze vi seppe far fronte con dignità e senza mai venire meno agli ideali di libertà di pensiero, di giustizia sociale e di uguaglianza, che il regime fascista negava e continuando ad aiutare i giovani in difficoltà con le sue armi: che erano quelle del sapere e dell’intelligenza.

Oggi Anpi Seprio propone ai cittadini di Veniano di rendere omaggio i suoi partigiani, ma racconta anche la storia di Adolfo Vacchi , la sua tragica fine ed anche il clima sociale che regnava a Como e provincia in quegli anni, dove un gruppo di gerarchi fascisti e di delinquenti assoldati agivano terrorizzando la popolazione e rendendosi protagonisti di decine di arresti, di uccisioni, di torture e di violenze contro i partigiani.

La vicenda di Adolfo Vacchi fu una delle tante che allora si consumarono a Como e provincia contro coloro i quali lottavano per la liberazione dal nazifascismo, ma fu unica nel modo come venne concepita ed eseguita: in assenza di prove oggettive egli fu ucciso in quanto era considerato un uomo molto pericoloso perché molto avanti con la sua capacità di pensare! Molto scomodo quindi per il regime fascista, il quale eliminava tutti gli oppositori che con la loro critica minavano le basi delle teorie fasciste ed avevano una spiccata capacità di fare proseliti.

Che venga studiato dai giovani nelle scuole, nelle biblioteche, nei centri culturali e sociali, nei luoghi di aggregazione,che venga letto dagli insegnanti, che venga diffuso tra i genitori perché non si dimentichi che la libertà di cui oggi tutti godiamo è frutto del sacrificio di uomini come Adolfo Vacchi.

Anpi Seprio

Giuseppe De Luca

28 marzo 2015

 

 

 

PERUGINO PERUGINI

Perugino Perugini

Perugino Perugini nasce a Milano il 25 maggio 1926 da una famiglia di antifascisti.

Il padre, Feliciano Perugini, ferroviere a Perugia, nel corso delle lotte del proletariato seguite alla presa del potere fascista, collabora al deragliamento di un treno che trasportava armi e, in seguito a quell’episodio, viene licenziato con più di 500 colleghi.

La famiglia deve quindi trasferirsi a Milano, dove Feliciano Perugini trova lavoro in una fabbrica di bilance affettatrici. A causa di una spiata, viene scoperto sul lavoro con una copia dell’Unità, giornale a quell’epoca fuorilegge, e viene licenziato in tronco. Perseguitato politico, ogni volta che in città arriva qualche gerarca fascista o Mussolini stesso, viene prelevato e preventivamente portato in prigione per qualche giorno. Ogni sera viene controllato per verificare che sia presente in casa.

E’ in questo periodo che si forma, nel giovanissimo Perugino, la coscienza di cosa significhi essere antifascista e comunista. E’ una scelta che lo accompagnerà per tutta la vita.

Nel ’43, a soli 17 anni, entra a far parte di un gruppo di giovani che organizzano il contrabbando di armi destinate alla Resistenza.

Spiato e sorpreso, viene arrestato con un amico di qualche anno più grande.

Portati nella caserma di via Cadamosto, a Porta Venezia, i due ragazzi vengono torturati ma Perugino, nonostante che, per le percosse, subisca la frattura del setto nasale, non parla.

Viene infine liberato grazie al gesto eroico dell’amico, che lo scagiona prendendo su di sé tutte le reponsabilità. Il ragazzo viene deportato in un campo di concentramento tedesco da cui farà ritorno solo alla fine della guerra, ma così debilitato nel fisico da morire dopo soli tre mesi.

Perugino, dopo la Liberazione, conosce, nella sede del partito comunista, la compagna Giordana Meregalli, che sposa nel 1953.

Nel ’54 Perugino e Giordana si trasferiscono a Como. Perugino entra a far parte degli organismi dirigenti del P.C.I., mentre Giordana iscritta al partito, partecipa alle iniziative.

Sempre instancabile nel suo impegno politico, è tra i soci fondatori del CNA comasco e, dal 1970 fino al 1975, Consigliere Provinciale eletto nelle file del P.C.I.

Successivamente, è tra i soci fondatori della “Cooperativa di Solidarietà Sociale  A. Lissi”, dell’ “Associazione Italia – Urss” e del “Circolo di Como dell’ Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba”, di cui è stato Tesoriere e Dirigente sino alla fine.

Da sempre è stato la vera colonna portante dell’ANPI, a cui ha generosamente dedicato tanta parte della sua vita e di cui fu, fino all’ultimo giorno, l’instancabile segretario, avendo sempre rifiutato, per la sua natura schiva e modesta, ogni altra carica.

Ci ha lasciati il 15 febbraio del 2009 e non è un’esagerazione affermare che l’Associazione Partigiani di Como sente ancora oggi la sua mancanza, e la sentirà ancora per lungo tempo, non solamente per tutto quello che lui ha fatto per la nostra Associazione, ma soprattutto perché Perugino era un uomo che non aveva mai smesso di insegnarci qualcosa: apparteneva a coloro che intendono la lotta politica come un fecondo e leale confronto di idee e non un contrasto di rancori personali. Era l’uomo del dialogo, dell’ascolto, del rispetto per le idee altrui; sempre sensibile verso i problemi del mondo del lavoro, credeva fortemente nella libertà e nella giustizia sociale: per lui l’una era inscindibile dall’altra.

Riconoscenza perché Perugino, nato povero e morto povero, ha lasciato a noi tutti la ricchezza del suo esempio.

 

I SEI PARTIGIANI DI CIMA

I MARTIRI DI CIMA

Alla fine del novembre ’44, ebbe inizio un grande rastrellamento nelle valli ad occidente del Lario, con l’impiego, inusuale per numero di forze, di circa 1.500 uomini.

Al fine di eliminare le formazioni  partigiane presenti sui quei monti, i reparti nazifascisti risalirono contemporaneamente la Valsolda, la Val Cavargna, la Val Rezzo e la Val Menaggio, lungo un semicerchio che aveva come centro Porlezza.

Sei giovanissimi partigiani, appartenenti al distaccamento “Quaino”,

– Giuseppe Selva “Falco”, comandante del gruppo, nato a Cima il 1916

– Angelo Selva, “Puccio”, nato a Cima il 1924

– Gilberto Carminelli, “Bill”, nato a Milano il 1918

– Angelo Capra, “Russo”, nato a Zurigo il 1924

– Ennio Ferrari, “Carlino” – “Filippo”, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza il 1927 

e una giovane donna, Livia Bianchi, nome di battaglia “Franca”, nata a Melara ( Ro) il 1919

per sfuggire ai rastrellamenti, risalirono sull’Alpe Vecchio, usando come rifugio una piccola baita già parzialmente incendiata dai fascisti. Qui resistettero fino a metà gennaio 1945 in condizioni disumane, al gelo intenso di quell’inverno, alla neve, che rendeva visibili i loro spostamenti e alla fame, causata dall’ impossibilità di approvvigionarsi. Infine, stremati, ridiscesero fino al paese di Cima ( di cui erano originari due di loro) e si nascosero presso l’ abitazione di un antifascista del luogo. Scoperti, vennero denunciati al Centro Antiribelli di Menaggio da un delatore. Circondata la casa nella notte del 20 gennaio, le Brigate Nere iniziarono una violenta sparatoria; i giovani partigiani si difesero strenuamente, ma vennero indotti alla resa dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita.

Catturati, benchè uno di loro fosse ferito, i giovani vennero percossi duramente e infine, fatti spogliare, vennero fatti incamminare a calci e pugni lungo il sentiero che porta al cimitero di Cima e allineati contro il muro di cinta, per essere sommariamente fucilati.

A Livia Bianchi, in quanto donna, venne offerto che le fosse risparmiata la vita, ma ella orgogliosamente rifiutò, preferendo morire da partigiana con i suoi compagni. Per questo episodio le venne conferita la Medaglia d’Oro alla Memoria.