I SEI MARTIRI DI CIMA – STORIA

I MARTIRI DI CIMA

Alla fine del novembre ’44, ebbe inizio un grande rastrellamento nelle valli ad occidente del Lario, con l’impiego, inusuale per numero di forze, di circa 1.500 uomini.

Al fine di eliminare le formazioni  partigiane presenti sui quei monti, i reparti nazifascisti risalirono contemporaneamente la Valsolda, la Val Cavargna, la Val Rezzo e la Val Menaggio, lungo un semicerchio che aveva come centro Porlezza.

Sei giovanissimi partigiani, appartenenti al distaccamento “Quaino”,

– Giuseppe Selva “Falco”, comandante del gruppo, nato a Cima il 1916

– Angelo Selva, “Puccio”, nato a Cima il 1924

– Gilberto Carminelli, “Bill”, nato a Milano il 1918

– Angelo Capra, “Russo”, nato a Zurigo il 1924

– Ennio Ferrari, “Carlino” – “Filippo”, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza il 1927 

e una giovane donna, Livia Bianchi, nome di battaglia “Franca”, nata a Melara ( Ro) il 1919

per sfuggire ai rastrellamenti, risalirono sull’Alpe Vecchio, usando come rifugio una piccola baita già parzialmente incendiata dai fascisti. Qui resistettero fino a metà gennaio 1945 in condizioni disumane, al gelo intenso di quell’inverno, alla neve, che rendeva visibili i loro spostamenti e alla fame, causata dall’ impossibilità di approvvigionarsi. Infine, stremati, ridiscesero fino al paese di Cima ( di cui erano originari due di loro) e si nascosero presso l’ abitazione di un antifascista del luogo. Scoperti, vennero denunciati al Centro Antiribelli di Menaggio da un delatore. Circondata la casa nella notte del 20 gennaio, le Brigate Nere iniziarono una violenta sparatoria; i giovani partigiani si difesero strenuamente, ma vennero indotti alla resa dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita.

Catturati, benchè uno di loro fosse ferito, i giovani vennero percossi duramente e infine, fatti spogliare, vennero fatti incamminare a calci e pugni lungo il sentiero che porta al cimitero di Cima e allineati contro il muro di cinta, per essere sommariamente fucilati.

A Livia Bianchi, in quanto donna, venne offerto che le fosse risparmiata la vita, ma ella orgogliosamente rifiutò, preferendo morire da partigiana con i suoi compagni. Per questo episodio le venne conferita la Medaglia d’Oro alla Memoria.

ARGENTINA – 40 ANNI FA LA JUNTA

24 MARZO 1976 – 24 MARZO 2016

Questo 24 marzo segna il 40° anniversario del colpo di stato militare, che portò a una sistematica repressione senza precedenti nella storia dell’Argentina.

30.000 “desaparecidos”, più di 4.000 morti, centinaia di migliaia di esuli, il furto di più di 500 bambini nati da madri rapite e poi uccise e un clima generale di costante terrore in tutto il paese. I luoghi scelti per reprimere erano dei centri clandestini, più di 300. In questi luoghi le persone rapite venivano sistematicamente torturate per poi essere uccise, molto spesso gettate in mare da aerei nei cosiddetti “voli della morte”.

PER DIRE MAI PIU’, PER RICORDARE

PRESIDIO PER LA MEMORIA LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA

MILANO, PIAZZA DELLA SCALA, ORE 18,30

 

 

24 marzo 1976, militari al potere. L’inizio della “guera sucia”

Il Primo luglio 1974 muore Juan Domingo Peron, ad un anno di distanza dal suo ritorno al potere alla Casa Rosada. Il personaggio politico di riferimento di un’intera Nazione muore forse nel momento peggiore per la Nazione. Al suo posto successe la terza moglie, nonché vicepresidente, Isabel Martinez, la quale continuerà l’opera del marito, anche se non all’altezza di governare un Paese instabile, in crisi e con un pesante clima di violenza interna.
Senza dubbio la persona che la influenzò, in peggio, fu l’allora Ministro del Welfare, José Lopez Rega. Lopez Rega era a capo della Tripla A (Alianza Anticomunista Argentina), un’organizzazione paramilitare neofascista molto influente in Argentina negli anni Settanta grazie agli investimenti che il suo fondatore le girava, invece di destinarli al ministero di propria competenza, allo scopo di portare il Paese in un clima di instabilità politica e civile, dando il là ad un golpe militare.
Triplo A è stata accusata di oltre 400 omicidi di persone appartenenti alla sinistra tra il 1973 e il 1975, mentre nello stesso periodo anche “da sinistra” avvennero minacce ed omicidi per mano dell’”Esercito Rivoluzionario del Popolo” (di matrice trotkista e montonerista), il quale usava la guerriglia urbana in contrapposizione al Triplo A.
Dinnanzi a questo quadro di instabilità e recrudescenza, il golpe militare non poteva che palesarsi, anche perché Isabelita Peron nel 1975 promosse il tenente generale Jorge Rafael Videla ministro degli Interni, rafforzando ancora di più una piega militare nelle “stanze dei bottoni”. Una situazione che ricordava molto la “strategia della tensione” in Italia, solo che dinnanzi a ciò il golpe era pressoché logico: il 24 marzo 1976 la Peron fu destituita e al potere andò la Junta capitanata da tre esponenti delle forze militari argentine, vale a dire lo stesso Videla per l’Esercito, Emilio Eduardo Massera per la Marina, Orlando Ramon Agosti per l’Aeronautica.
I militari evitarono la “dissoluzione naturale del Paese” e si presero ciò che gli spettava, ovvero la funzione di garanti dell’unità e dell’ordine nazionale. Da allora, e fino al 1983, si alterneranno ben quattro “governi” che cercarono di realizzare il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, macchiandosi di efferati delitti politici e portando il Paese all’isolamento internazionale.
Questo “Proceso” fa rima con “guerra sporca”, per i metodi biechi e violenti che lo contraddistinsero. Il generale Videla è stato il vero leader della Junta, primo “Presidente a vita” dell’Argentina e capo di questa fino al 1981, quando fu sostituito da un colpo di stato interno alla stessa Junta per motivi di potere.
Dal quel momento iniziava anche la “guera sucia”, la “guerra sporca”, un conflitto non armato che questi militari intrapresero contro tutti coloro che non erano affini alle politiche governative, subendo sequestri, violenze, torture e morte, poiché considerati nemici del Paese. Studenti, sindacalisti, lavoratori e donne furono colpiti da quest’ondata di violenza ed oltre 30mila di loro persero la vita in circostanze mai del tutto chiare, soprattutto, mai alla luce del sole.
Questa operazione di “pulizia” rientrava, insieme all’alleanza strategica tra i servizi segreti argentini con gli omologhi cileni ed americani (DINA e CIA), nella cosiddetta “operazione Condor”, onde evitare il proliferare di governi di sinistra filo-marxista in un’area, quella Sudamericana, da sempre sotto protezione americana (in base alla “dottrina Monroe”), il cosiddetto “giardino di casa”, per evitare che a tutto il subcontinente toccasse la stessa fine del Cile nel novembre 1970, quando fu eletto Capo dello Stato il socialista Salvador Allende, destituito l’11 settembre 1973 dal golpe del generale Augusto Pinochet, coadiuvato dalla CIA. Esperienze come queste potevano estendersi piano piano anche a tutti gli altri Paesi latini, come accadde con l”effetto domino” asiatico.
Naturalmente, il pericolo comunista era solo uno slogan, poiché il Partito Comunista argentino aveva un peso molto irrilevante e l’unica “sinistra” ufficiale nel Paese era espressa dagli esponenti di sinistra del peronismo stesso.

Dal sito tuttostoria.net

Per saperne di più, leggi anche:http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm

 

24 GENNAIO, ANNIVERSARIO DEI MARTIRI BALLERINI E CANTALUPPI

I I

 

LUIGI BALLERINI nacque, crebbe e formò la sua cultura politica nell’ambiente sociale della Albate di allora: operaia, con l’Omita nella quale nel 1943 ci furono grandi scioperi con le relative azioni punitive dei fascisti; non solo ardori giovanili, ma, sopratutto, furono gli ideali morali a guidarlo verso la scelta partigiana.

ENRICO CANTALUPPI nacque a Lipomo il 24 agosto 1923; arruolato nei carabinieri, nell’ottobre ’43, quando i tedeschi imposero la liquidazione dell’arma fedele alla monarchia, Enrico sfuggì alla deportazione nei lager e rientrò a Lipomo; a Como si impegnò in manifestazioni antifasciste con il fratello Giovanni e la sorella Cristina.

Ballerini e Cantaluppi entrarono nel 1944 nelle GAP-SAP di pianura, comandate, nel territorio di Como dal giovanissimo partigiano Elio Marzorati; le loro prime azioni furono di propaganda e disarmo delle pattuglie fasciste.

LA SERA DEL 22 GENNAIO 1945, i due tentarono la cattura del maggiore Petrovich, per poi scambiartlo con l’allora segretario del PCI di Como, Dante Gorrieri.
Il comandante della G.N.R. allertò le guardie fasciste che attesero l’arrivo dei due giovani; i due partigiani furono facilmente arrestati e condotti nella caserma di Via Lambertenghi; vennero sottoposti ad atroci torture e poi alle 5 del mattino del 24 gennaio 1945, vennero condotti in Via Barelli, lungo il torrente Cosia a Como, allora aperto.
Nei presso della Officina del Gas, dove ora c’é una lapide che li ricorda, un plotone della G.N.R. compì l’esecuzione.

FONTE: Ipsia Ripamonti “Storie della Resistenza Comasca” a cura di Marina Caretto e Gavino Puggioni, redatto con il lavoro delle calssi 3B, 3Y, 4B, 5N, inserite nel progetto: “I giovani dialogano con la storia”

SANT’ANNA DI STAZZEMA, IL RICORDO DEI SUPERSTITI

Da Il Fatto Quotidiano

La tragedia del 1944 non terminò quel 12 agosto, quando i nazisti trucidarono 560 tra uomini, donne e bambini. Ma continuò per oltre un mese in alcune grotte in cui i superstiti rimasero nascosti: “Avevamo paura che i tedeschi tornassero e completassero la strage

di | 20 settembre 2015
 
“Eravamo degli zombie. Abbiamo vissuto nascosti nelle grotte, senza parlare, senza uscire, se non di notte. Il nostro terrore era che tornassero e completassero la strage”. Tutti sanno cosa accadde a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944, quando furono trucidati 560 tra uomini, donne e bambini. Ma il dopo, fatto di morti da seppellire e morti viventi che si lanciavano nella fossa con i propri cari, fu la prosecuzione dell’incubo. Quaranta giorni chiusi in una grotta, con il terrore che i mostri fossero ancora lì fuori. Lo racconta a ilfattoquotidiano.it  Ennio Mancini, 6 anni all’ epoca, sopravvissuto grazie a un SS che sparò in aria.La sua fu una storia “fortunata”: suo padre, tornato dal bosco dove era nascosto con gli altri uomini del paese per sfuggire a quella che inizialmente sembrava solo una retata, trovò tutta la famiglia ancora in vita. “Il 15 di agosto mio padre radunò i parenti e alcuni amici, in tutto 23 persone. Ci portò a nasconderci in una grotta in fondo al paese. Aveva paura che tornassero i tedeschi per finire il lavoro. Quando la sera il vento di tramontana scendeva, portava l’odore acre della carne bruciata. Per me è l’odore della morte, è la morte. Non si sapeva quel che succedeva, si sentivano solo i rumori delle cannonate. Si usciva solo la sera, quando si faceva un fuoco per cucinare patate e fagioli”.
L’odore della carne bruciata
Solo la zia Doralice Mancini mancava all’appello. La andarono a cercare, abitava al borgo ai Franchi. “Lì ho visto la carneficina – racconta Ennio, ora 77enne – Corpi dilaniati, deformi. Il sangue raggrumato aveva attirato sciami di mosche, i cadaveri erano neri. Quando ci si avvicinava le mosche se ne andavano e poi ritornavano, il rumore degli sciami… La sensazione che mi è rimasta nel tempo però è l’odore acre, nauseabondo di carne bruciata, di uomini e bestie rimaste nelle stalle, un odore che ha pervaso la vallata per giorni e giorni”. La piazza della chiesa era irriconoscibile. La sera prima gli sfollati avevano messo su un mercato, ceste di frutta e verdura allineate sui muretti e di una vacca squartata e appesa ai platani. Da una parte, cadaveri ammassati, resi irriconoscibili dal fuoco, appiccato con le panche trafugate in chiesa. Su tutto, il silenzio, interrotto solo dai latrati degli uomini che, usciti dai boschi, scoprivano cosa era successo.
“I miei amichetti non sono stati più trovati”
Ne conoscevano di nascondigli, i bambini di Sant’Anna. Come Velio e Wilma Bartolucci, 7 anni, cuginetti. Erano loro i migliori amici di Ennio. La sera prima avevano giocato insieme a nascondino e a uno-libera-tutti, lì, nella piazza della chiesa. Sperare che si fossero solo nascosti, quel giorno, non servì a niente. Nella casa di Wilma, ai Franchi, il piccolo Ennio si affacciò. Vide dei piccoli resti umani bruciare sul letto, sotto una trave in fiamme. “Forse era Wilma” ricorda oggi. I suoi amici non sono mai stati riconosciuti. E davanti alla chiesa lui non ha più giocato. “Se nel 1943 eravamo 43 ragazzi nella scuola del paese, nel 1945, alla riapertura, eravamo in 12. Del famoso girotondo di bambini della fotografia, rimase viva una sola bambina, Leopolda Bartolucci”. Quel giorno Ennio si fermò solo poche ore in paese. Il tempo di rendersi conto cosa fosse successo. Di essere abbracciato da un uomo che lo chiamava col nome del suo bambino morto.

La vita “di prima” spazzata dai ricordi
Della vita di prima, scandita dall’Ave Maria all’alba e dal Credo quando il sole si buttava in mare, non restava più niente. Saltarono tutte le regole, le credenze. Si ruppe la fede. Sant’Anna, protettrice delle mamme, quel giorno aveva pensato solo a se stessa. La sua statua rimase illesa mentre tutto andava a fuoco. Un egoismo che alcuni superstiti non le hanno mai perdonato. Un tempo, detto l’Ave Maria, l’acqua delle sorgenti non si poteva bere: si credeva vi finissero gli spiriti maligni; adesso era intoccabile perché infestata dai cadaveri. “C’era pochissima acqua buona e la mamma non voleva che la sprecassimo. Lavarci era sciupare l’acqua”.

Di tutto, Ennio ricorda soprattutto la sporcizia. “La mancanza di igiene era opprimente. Eravamo in una condizione pietosa. Pieni di insetti, di pulci, di pidocchi”. Così, terrorizzati, sporchi, affamati, rimasero in silenzio nella grotta, come bestie, uscendo solo di notte. Fino a che non videro tornar su i soldati. “Fu la paura, il terrore. Gli adulti si raccomandavano a noi bambini che si stesse zitti, di non farci sentire. Poi qualcuno avvicinandosi si è accorto che non erano tedeschi. Tra cui mio padre, che veniva dalla guerra, pertanto conosceva perfettamente le divise. ‘Sono americani, sono americani!’ gridarono gli adulti. E allora siamo usciti tutti dalla grotta. Era il 21 o 20 settembre del 1944. Circa 40 giorni dopo la strage. ‘Aiuto! Aiuto!’ urlavamo”. 

“Quando gli americani mi dettero il cioccolato per me fu la vera Liberazione”
Una corsa a perdifiato giù per il pendio scosceso, per raggiungere quei quattro o cinque soldati che, increduli, si erano fermati ad aspettare quegli uomini di Neanderthal che uscivano dalla grotta. “Erano la prima pattuglia americana venuta per capire quello che era successo. Tra loro c’era un nero. Io mi sono spaventato da morire. Urlavo, piangevo, andavo a nascondermi dietro le gonne delle donne. E quel soldato sorrideva, aveva capito, mi dette una cosa: la cioccolata. Così gli americani hanno conquistato la mia simpatia. A McBride, l’autore del libro Miracolo a Sant’Anna, avevo raccontato questo episodio. E allora lui ha visto il bambino che lecca il soldato di cioccolata. Quel giorno fu per me la vera Liberazione”.

ADOLFO VACCHI, RELAZIONE DI GIUDEPPE DE LUCA

Riportiamo la relazione del presidente dell’ Anpi Seprio Giuseppe De Luca alla manifestazione in memoria di Adolfo Vacchi tenutasi a Veniano sabato 28 marzo.

Adolfo Vacchi

Un matematico per la libertà

 

L’Anpi Seprio , nell’ambito delle manifestazioni promosse per il 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, contribuisce alla valorizzazione della figura e del ruolo di Adolfo Vacchi nella Resistenza Italiana, da una parte sostenendo la ristampa e l’ampliamento del libro a lui dedicato e dall’altra parte anche attraverso uno specifico seminario di studio e di riflessione sul ruolo da lui avuto nella lotta al fascismo.

Entrambe queste iniziative sono realizzate in collaborazione con l’Anpi provinciale,il Comune di Veniano e l’Istituto per la Storia Contemporanea “Pier Amato Peretta” di Como.

Con Vacchi vogliamo rendere onore anche al gruppo di partigiani di Veniano che si sono impegnati nella resistenza e nella lotta al fascismo. Essi sono :Sala Pietro ,Ferrario Luigi, Sala Giuseppe, Rimoldi Pasqualina, Ferrario Giuseppe, Piatti Tommaso, Tettamamzi Antonio, Ferrario Carlo e l’ingegnere Luigi Carissimi.

Quest’ultimo fu uno dei due (assieme all’ing. Enrico Mariani) che hanno istruito il processo contro Saletta Domenico, Pozzoli Lorenzo, Pankoff Timoteo , Forzano Ferruccio, Mariani Enrico, Ciceri Antonio, Paone Giuseppe, Serra Antonio, Noseda Mario, Bruschi Angelo, Sallusti Biagio.

Va ricordato anche che Luigi Carissimi-Priori dei Gonzaga,apparteneva al PCI fin dal 1936. Arrestato nell’agosto 1944 per organizzazione di bande armate,appartenenza al Comitato di liberazione e per la detenzione di una centrale di informazione a mezzo di radio trasmittenti a favore dell’ Organizzazione per la Resistenza Italiana,un’agenzia di intelligence collegata ai servizi segreti alleati. Seviziato dalla banda Saletta e detenuto con la moglie prima alle carceri di S.Donnino e quindi di San Vittore per 9 mesi, e cioè fino al 25 aprile 1945.

Adolfo Vacchi ,per la sua attività politica e sindacale venne schedato il 25 giugno 1914, quando era uno dei dirigenti della federazione del PSI a Bologna. Trasferitosi a Venezia nel 1915, fu segretario della CdL dal 1920 al 1923. Per sottrarsi alle persecuzioni fasciste si trasferì a Milano dove, non essendo iscritto al PNF, potè insegnare solo nelle scuole private.

Carissimi e Vacchi avevano allestito una stazione radio rice trasmittente qui a Veniano,correndo seri pericoli poichè , in particolare, Vacchi era già notevolmente compromesso con il fascismo fin dalle sue origini.

Il gruppo di partigiani di Veniano con questa radio garantiva i collegamenti tra i Comandi Partigiani dell’Italia occupata dai nazisti e quelli della vicina Svizzera ed il quartier generale di comando del Generale Alexander.

Un lavoro questo indispensabile per la trasmissione di messaggi in codice, ma pieno di pericoli, poichè la zona dove essi operavano era terrorizzata dalla banda Saletta che si era resa responsabile di atroci esecuzioni di partigiani oltre che di torture e sevizie su cittadini inermi.

Cosi come era indispensabile il lavoro che facevano per la costituzione ed organizzazione di bande armate partigiane nella provincia, mediante la fornitura di materiali paracadutati e per una attiva propaganda antifascista ed antitedesca che aveva più volte provocato la reazione minacciosa delle organizzazioni fasciste e delle diverse Questure ed Uffici politici investigativi.

Ma questo gruppo di partigiani raccolto attorno a Vacchi e Carissimi aveva anche il ruolo di informatore,di collegamento con gli altri gruppi partigiani della zona,ed anche quello di procurare generi alimentari e medicinali.

Esso svolgeva quindi un’azione di supporto alle forze partigiane impegnate lungo la frontiera del Lario e che entravano, spesso, in rotta di collisione armata con i gruppi fascisti che operavano a Como ed in Provincia.

Intellettuali di primissimo piano sia Vacchi che Carissimi avevano stretto una solida alleanza con contadini,operai ed artigiani;con uomini e donne appartenenti a differenti classi sociali e che trovavono il loro punto di convergenza sociale nella lotta al fascismo.

In particolare Vacchi qui a Veniano esce dal suo solitario sdegno contro il fascismo durato quasi un ventennio e si impegna concretamente con un gruppo di uomini e donne nella lotta armata utilizzando gli strumenti a lui più congeniali che erano una spiccata intelligenza abbinata ad una raffinata capacità di analisi che mise al servizio della gestione di una stazione radio-ricetrasmittente clandestina.

A testimonianza che a Veniano come nel resto d’Italia la lotta al fascismo ed al nazismo non ha conosciuto frontiere di classe, ma ha coinvolto tutti i gruppi sociali.

Negli anni ’40 Veniano era un piccolo borgo e la presenza qui di un gruppo coeso di 10 partigiani fa pensare che quasi tutta l’intera popolazione nutrisse sentimenti antifascisti ed antinazisti,se questo gruppo ha potuto agire per lungo tempo prima che Carissimi e Vacchi venissero scoperti e catturati,dopo i fatti di Guanzate, dove furono trucidati Clerici e Zampiero.

A prima vista Adolfo Vacchi, nome in codice Hope, sembra una figura minore della Resistenza, ma non è così. L’impegno da lui profuso nell’organizzazione di gruppi di opposizione durante tutto il periodo del regime fascista, di gruppi di azione partigiana negli anni della Resistenza armata ed il modo come fu arrestato e giustiziato, senza prove significative e con lo squallido stratagemma del tentativo di fuga, ne fanno invece una figura di spicco.

Intellettuale, docente liceale di matematica, perse la cattedra per essersi rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, come altri suoi colleghi facevano. Egli conosceva bene Mussolini, per essere stato suo alleato all’inizio negli anni 1913-1914 collaborando ad Utopia, Rivista Quindicinale del Socialismo Rivoluzionario Italiano con redazione a Milano,edita a Lugano e diretta da Mussolini, da lui però prese le distanze non appena emerse il carattere di violenza, di sopraffazione e di terrore su cui essa si reggeva il progetto fascista di società. La sua opposizione al fascismo fu quindi sin dalla prima ora e durò lungo tutto un ventennio.

Condannato, in conseguenza di questo suo rifiuto ad allinearsi alle regole accademiche fasciste, ad una vita di stenti e di sofferenze vi seppe far fronte con dignità e senza mai venire meno agli ideali di libertà di pensiero, di giustizia sociale e di uguaglianza, che il regime fascista negava e continuando ad aiutare i giovani in difficoltà con le sue armi: che erano quelle del sapere e dell’intelligenza.

Oggi Anpi Seprio propone ai cittadini di Veniano di rendere omaggio i suoi partigiani, ma racconta anche la storia di Adolfo Vacchi , la sua tragica fine ed anche il clima sociale che regnava a Como e provincia in quegli anni, dove un gruppo di gerarchi fascisti e di delinquenti assoldati agivano terrorizzando la popolazione e rendendosi protagonisti di decine di arresti, di uccisioni, di torture e di violenze contro i partigiani.

La vicenda di Adolfo Vacchi fu una delle tante che allora si consumarono a Como e provincia contro coloro i quali lottavano per la liberazione dal nazifascismo, ma fu unica nel modo come venne concepita ed eseguita: in assenza di prove oggettive egli fu ucciso in quanto era considerato un uomo molto pericoloso perché molto avanti con la sua capacità di pensare! Molto scomodo quindi per il regime fascista, il quale eliminava tutti gli oppositori che con la loro critica minavano le basi delle teorie fasciste ed avevano una spiccata capacità di fare proseliti.

Che venga studiato dai giovani nelle scuole, nelle biblioteche, nei centri culturali e sociali, nei luoghi di aggregazione,che venga letto dagli insegnanti, che venga diffuso tra i genitori perché non si dimentichi che la libertà di cui oggi tutti godiamo è frutto del sacrificio di uomini come Adolfo Vacchi.

Anpi Seprio

Giuseppe De Luca

28 marzo 2015