SCIOPERO DEL 1° MAGGIO

L’ ANPI DI COMO CON I LAVORATORI DEL COMMERCIO IL 1° MAGGIO

La lettera che l’Anpi di Como ha inviato a Cgil, Cisl, Uil sullo sciopero del commercio del  1°  maggio. Nel testo l’associazione «esprime la più totale e incondizionata solidarietà ai lavoratori del commercio e alle organizzazioni sindacali che hanno indetto lo sciopero». leggi nel seguito dell’articolo il testo integrale della lettera.

«Cari compagni, cari amici, la nostra Associazione esprime la più totale e incondizionata solidarietà ai lavoratori del commercio e alle organizzazioni sindacali che hanno indetto lo sciopero del 1° maggio p.v.

La nostra Associazione nei giorni scorsi è stata oggetto di un inaudito e grave attacco da parte del sindaco di Como che in occasione delle celebrazioni del 25 aprile ha provocato i partecipanti e tolto il microfono agli oratori. L’Anpi è una organizzazione composta da ex partigiani e antifascisti ed ha come valore supremo i valori contenuti nella Costituzione repubblicana e antifascista. Ciò detto, rispetto alle provocazioni del 25 aprile, riteniamo più grave l’attacco portato avanti in questi giorni alla festività del 1° maggio che rappresenta una data simbolica in tutto il mondo.

Il 1° maggio è il simbolo delle lotte per le otto ore di lavoro e per il diritto a costituire organizzazioni rappresentative dei lavoratori. Mettere in discussione il 1° maggio significa mettere in discussione le lotte dei lavoratori che presero avvio alla fine dell’Ottocento e la stessa civiltà del lavoro»

Guglielmo Invernizzi, presidente dell’Anpi di Como

VIDEO DEL 25 APRILE A COMO

Il fotografo Carlo Pozzoni, che ringraziamo,  ci ha gentilmente inviato il suo indirizzo per scaricare il video del 25 aprile a Como.

Per vederlo

http:// www.carlopozzoni.it

Ricordiamo a tutti che qui di seguito è possibile leggere la versione integrale del discorso del prof. Luca Michelini.

27 APRILE 1937 – ANTONIO GRAMSCI

Antonio Gramsci – Indifferenti


Il 27 APRILE 1937 moriva Antonio Gramsci. Lo ricordiamo pubblicando, qui di seguito, uno dei suoi brani più famosi. Ogni riferimento alla situazione attuale è puramente voluto.

Meditare gente, meditare.

 

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917

DICHIARAZIONE DELLA PRESIDENZA ANPI DI COMO

Egr. sig. Sindaco di Como

dott. Stefano Bruni

e p. c.

ai quotidiani comaschi

e segreterie dei partiti politici

Como, 26 aprile 2011

L’Anpi non è un partito ma un’associazione che si pone, con il suo Statuto e le deliberazioni del suo ultimo Congresso Nazionale, degli obiettivi precisi, rivolgendosi soprattutto ai giovani, perché ne siano testimoni nel nuovo millennio e difensori dei valori che i loro nonni hanno interpretato e difeso nel corso della lotta di Liberazione dal nazifascismo.

Nella Resistenza al fascismo e al nazismo c’è il valore, anche attuale, della ribellione ad ogni tipo di sopruso, violenza fisica e morale, ma soprattutto dei valori che fanno parte dei punti fondamentali della nostra Costituzione repubblicana. Quindi, non si può celebrare il 25 aprile come una data agnostica priva di ogni contenuto e valore, si ha un dovere primario: anche oggi, di fronte al dilagare di confusioni, volgarità, prepotenze, sconcezze che sommergono il Paese, bisogna vincere la tentazione di arrendersi e di non ribellarsi a tale situazione.

Non si può soprattutto accettare passivamente i vari tentativi, anche nelle sedi parlamentari, di riabilitazione del fascismo. C’è la tentazione da parte di molti, di confinare i valori della Resistenza nella “soffitta dei ricordi e delle nostalgie”.

L’Anpi pertanto ha il dovere primario e istituzionale di difendere i valori dell’antifascismo e della Costituzione, che dalla Resistenza è nata e che ne è la spina dorsale e civica dell’Italia.

E’ pertanto doveroso, celebrando il 25 aprile, ricordare e sottolineare soprattutto gli obiettivi e gli scopi fissati nell’ ultimo Congresso Nazionale dell’Anpi tenuto recentemente.

Tali obiettivi sono:

  • salvaguardare l’identità democratica istituzionale fissata dalla nostra Costituzione

  • riforma della legge elettorale per ridare dignità al voto come espressione del consenso popolare e non un Parlamento deciso dalle oligarchie politiche

  • no al razzismo e alla xenofobia e difesa dell’unità nazionale

  • liberare l’Italia dalla questione morale e contrastare con efficacia la evasione fiscale e l’illegalità oggi diffusa.

Per tutto questo il consolidamento della democrazia passa dalla formazione dei cittadini, consapevoli della propria storia e soprattutto dei valori espressi dalla Resistenza contro il fascismo e il nazismo.

L’insegnamento proviene dalla storia e non dalle nostre nostalgie.

Di fiducia e speranza è oggi invece privo il nostro Paese pur avendone estremamente bisogno, essendo per tutti i democratici, ma soprattutto per le nuove generazioni, uno stimolo a ricordare la storia con serietà, senza subire revisionismi di opportunità politica.

L’Anpi pertanto è storicamente nel tempo testimone e custode intransigente dei valori provenienti dalla Resistenza al nazismo e al fascismo: più forza all’antifascismo significa più futuro per la democrazia del nostro Paese. Se dire tutto questo può avere infastidito e deluso l’opinione del Sindaco Bruni, lo consigliamo di riflettere sul significato della celebrazione della data del 25 aprile.

Se non convinto, potrebbe farsi rappresentare da qualche altro membro dell’Amministrazione comunale più sensibile e comprensivo di questi valori.

Certo l’Anpi non potrà mai rinunciare al suo motivo d’essere un presidio di libertà alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.

L’Anpi ne è storicamente, nel tempo, testimone e custode e per questo si rivolge soprattutto alle nuove generazioni perché sentano di analizzare l’esperienza storica della Resistenza come punto di riferimento ideale per il presente ma soprattutto per il loro futuro.

Nel nostro Paese stiamo vivendo una vera e propria situazione di emergenza democratica, che comporta il rischio di un’involuzione autoritaria e populista, pertanto occorre compiere uno sforzo per creare la prospettiva di un condiviso ritorno alla ragione e alla verità della nostra storia.

Ufficio di presidenza ANPI Provinciale Como

25 APRILE: DISCORSO DI LUCA MICHELINI

Per una nuova Resistenza
di Luca Michelini
Como, 25 aprile 2011

Cittadini e cittadine,
italiani e italiane,
patrioti e patriote

1. Ogni italiano ha il dovere di ricordare tutti coloro che si sono battuti per la libertà del Paese: le forze militari alleate (americane, inglesi, sovietiche), e le forze militari, partigiane e civili italiane. La città di Como alla guerra di liberazione ha dato il suo tributo. Senza richiamare i freddi e muti numeri, mi limito a ricordare due martiri della libertà: Puecher e Caronti. Il primo era un giovane di origine cattolica e di famiglia altoborghese, il secondo un militante comunista, di origine proletaria. Nelle loro storie si rispecchiano quelle delle migliori forze della Nazione.

Un ceto politico autoreferenziale e che ignora le più elementari conoscenze della storia, un ceto politico che non conosce più il significato delle parole “patria”, “nazione”, “libertà”, “democrazia”, “giustizia”, “eguaglianza”, “onore”, “verità”, “onestà intellettuale”, un tale ceto politico propone una martellante litania: vuole equiparare chi aderì alla Repubblica Sociale e combatté a fianco dei nazisti che occuparono il Paese, ai partigiani che si sono battuti per la libertà.

Da poco tempo sono stati scoperti i fascicoli concernenti i crimini di guerra perpetrati dai nazisti e dai fascisti in Italia: ebbene il Ministro dell’Interno della Repubblica Sociale di Salò ordinava che le truppe della RSI adottassero “le stesse misure di rappresaglia” utilizzate dai tedeschi, ben sapendo che i tedeschi facevano largo uso di indiscriminate rappresaglie che non facevano distinzioni tra militari, partigiani e popolazione civile (bambini compresi), e ben sapendo che i comandi tedeschi avevano impartito l’ordine di usare la violenza sulla popolazione civile e di fucilare dieci italiani per ogni tedesco vittima di un’imboscata.

I gerarchi fascisti della RSI scrivevano:

I pavidi e gli incerti persistono nel loro atteggiamento neutro nei riguardi del Movimento Fascista Repubblicano. Solo l’applicazione pratica di misure coercitive può modificare la situazione in quanto oggi non si può tenere come base, nei confronti della maggioranza della popolazione, una politica tendente e informata alla forza del diritto, ma bensì esclusivamente al diritto della forza”.

Ed è stato così che reparti come la X° Mas e la legione Tagliamento si macchiarono di crimini di guerra. Dai documenti ritrovati risulta che il comandante comasco dell’11° Brigata Nera, MENTIVA quando asseriva che la strage compiuta a Bellano-Varenna dai fascisti fosse stata provocata da un conflitto a fuoco con i Partigiani; in effetti si trattò di una brutale esecuzione sommaria.

Invito a leggere le relazioni che su queste materie fecero i parroci e talvolta i vescovi italiani e gli stessi ufficiali della RSI.

Infine non possiamo dimenticare che la Germania, dopo l’8 settembre, si comportò di fatto e di diritto come “nazione occupante” e che in tale veste ricevette l’appoggio della RSI.

2. Celebrare il 25 aprile significa parlare del moto sociale, politico, morale e militare che portò alla elaborazione ed alla approvazione della nostra Carta Costituzionale.

Essa fu il frutto dell’incontro tra culture e ideali contrapposti, che però impararono, durante la guerra, a trovare un cammino comune; impararono il significato della parola “democrazia”, che mai prima d’allora il Paese aveva sperimentato.

Oggi la nostra Costituzione appare tremendamente orfana: le idee, le speranze, le lotte, le utopie, le organizzazioni che la elaborarono, sembrerebbero essere completamente scomparse.

La Costituzione codifica valori di carattere universale e quindi parla all’insieme della comunità nazionale, indipendentemente da distinzioni sociali e politiche.

Oggi, parte della popolazione forse non sente più di appartenere ad un insieme chiamato umanità.

Travolti da cambiamenti epocali, di fronte al risorgere di sempre più stridenti differenze sociali, con ricchi sempre più ricchi e masse di giovani senza lavoro e prospettive, una parte degli italiani oggi cerca sicurezza e certezze morali in identità più circoscritte ed aggressive, fondate su privilegi, di razza, di clan, di classe, di territorialità, di religione, di lingua, di genere, di ceto, di professione, di civiltà, di costumi.

3. Giornali, televisioni, movimenti politici, ossessivamente ripetono che la sovranità è del popolo e che la maggioranza ha il diritto e il dovere di governare e di legiferare, a proprio piacimento.

Si tratta di un triste argomentare, tipico dell’abito mentale del fascismo. L’art. 1° recita che la sovranità si esercita nelle “forme e nei limiti” della Costituzione.

La maggioranza non può fare quello che vuole; la maggioranza non può violare i diritti fondamentali dell’uomo e dei cittadini; la maggioranza non può perseguitare o discriminare, in qualsiasi forma, le minoranze; la maggioranza non può imporre le proprie idee e le proprie convinzioni morali.

Il pensiero corre immediatamente a quanto oggi subiscono talune minoranze, per esempio il popolo dei rom, che l’Italia sta trattando in modo indegno per un paese civile.

La nostra Costituzione è frutto della lotta contro il regime fascista, che fu razzista, che perseguitò in nome di folli ideologie anche religiose, cittadini italiani.

I treni pieni di ebrei partirono da Milano nel silenzio più completo della città, allora sotto la sferza del dominio nazista e di quello della Repubblica di Salò. Le deportazioni degli ebrei cominciarono con la Repubblica di Salò, che istituì un ministero per risolvere “la questione ebraica”, l’Ispettorato generale della razza, il cui ministro scriveva a Mussolini che “compito numero uno del fascismo è la totale eliminazione degli ebrei”.

4. Il fascismo si piccava di rappresentare la maggioranza del Paese, quando in effetti erano state la violenza e la truffa istituzionale a cementare il suo potere.

Il fascismo esaltava il “popolo” e la “nazione” proprio mentre negava al popolo gli strumenti per rispecchiarsi nella Nazione, proprio mentre impediva che lo Stato fosse lo strumento per il soddisfacimento dei bisogni della collettività.

Il fascismo esaltava l’unità della nazione, proprio mentre ricercava “nemici” da espellere dal suo seno.

Oggi coloro che si appellano al numero dei suffragi in effetti non rappresentano la maggioranza del Paese; oggi coloro che si appellano alla democrazia e alla libertà in effetti stanno lavorando al loro svuotamento: il Parlamento è frutto della cooptazione partitica, i partiti sono spesso, e sempre più, ridotti a consessi di cortigiani, solo una parte degli italiani trova i propri ideali rappresentati nelle istituzioni.

Oggi una minoranza pretende unità nazionale mentre quotidianamente incita allo scontro contro un “nemico” da eliminare, un nemico che spesso è identificato con le istituzioni repubblicane, con la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura. Come ha scritto Dossetti, la sovranità è sistematicamente violata proprio da coloro che oggi più la esaltano.

5. La nostra Costituzione non solo è stata il frutto di un processo di liberazione dallo straniero e dalla dittatura, ma prescrive un preciso processo di liberazione politica ed economica. Il contenuto di questo programma economico-politico, il manifesto di questa Rivoluzione promessa, è racchiuso nell’articolo 3 della nostra Costituzione.

Esso recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Non dobbiamo nasconderci che è proprio il contenuto programmatico della nostra Costituzione che la rende indigesta a molti. Tra costoro si annoverano i critici della guerra di liberazione, che la accusano di essere stata anche, e forse soprattutto, una guerra civile ed anche una guerra di classe.

Importanti ricerche storiche hanno avuto il merito di contribuire a scrostare la memoria della Resistenza dalla retorica e dalla strumentalizzazione ideologica: se errori ed orrori furono commessi, non possono e non devono essere taciuti. Non si deve avere paura della verità, dei fatti.

Eppure in Italia, più che in altri paesi, i fatti fanno invece tremendamente paura. Per decenni i governi italiani hanno deciso di non portare a conoscenza della pubblica opinione le informazioni in merito alle stragi compiute dai nazi-fascisti, che addirittura si decise di non perseguire. I governi avevano paura che la verità, la conoscenza, i nudi fatti, contribuissero alla realizzazione del programma economico-politico contenuto nella nostra Costituzione.

A lungo, e spesso con fondamento, si è parlato di “Resistenza tradita”: per paura di un profondo rinnovamento politico ed economico, tra l’apparato dello Stato fascista e quello dello Stato repubblicano si è preferito istituire una solida continuità, fatta di uomini, di idee, di abitudini.

Amnistie e strumentalizzazioni politiche della ricerca storica non sono servite ad altro che a celare un triste dato di fatto: nel nostro Paese è estremamente difficile, se non impossibile, ottenere giustizia. Solo l’ottenimento della giustizia, per tutti i crimini di guerra, avrebbe consentito la pacificazione nazionale.

6. Alcuni studiosi, in modo confuso e pretestuoso, hanno puntato l’indice contro il nostro processo costituente: i partigiani, dicono, erano una ristrettissima minoranza, non si battevano per la democrazia ma per la rivoluzione sociale, non avevano in mente la patria, ma interessi di altre patrie, i leader della resistenza erano “doppi”, agivano con scopi reconditi. Insomma non solo la guerra di liberazione, ma anche la nostra Costituzione è effimera, perché i loro protagonisti non erano “sinceri democratici”.

Ebbene, se cattolici, socialisti, comunisti, azionisti, liberali avevano anche altre mire, oltre quelle che codificarono nella Costituzione, non possiamo che rimanere ammirati da come essi furono capaci di metterle da parte e da come riuscirono a farle interagire nel concreto della vita sociale ed istituzionale, cercando e realizzando intese che miravano all’interesse del Paese e costruendo la democrazia?

Oggi è possibile, nel nostro Paese, scorgere forze politiche e sociali capaci di un tal sacrificio? Oggi esistono organizzazioni in grado di porsi obiettivi di carattere generale ed universale?

Oggi esistono forze politiche capaci di un vero confronto democratico, al loro interno, come con le altre forze politiche?

7. Spesso si argomenta come l’antifascismo sia ormai superato. Perché invece dobbiamo ritenere che l’antifascismo sia ancora attuale? Perché il fascismo non fu soltanto un fenomeno politico.

La guerra di liberazione fu anche guerra civile e guerra di classe perché il fascismo nacque, si impose ed operò come guerra civile e come guerra di classe. Il fascismo svolse un fondamentale ruolo economico e sociale, fu uno strumento in mano alle classi dominanti, quelle che detenevano le redini economiche del paese, nonché il trono e l’altare, per perpetuare il loro potere, oligarchico, antidemocratico, illiberale, confessionale.

Carlo Rosselli ha colto lucidamente il senso dell’antifascismo: “La lotta contro il fascismo non può esaurirsi nella lotta contro la dittatura e suoi organi essenziali; essa è al tempo stesso lotta contro l’ordinamento politico-sociale che l’ha originata”.

Essere antifascisti significa capire quale tipo di ordine economico-sociale promosse e cementò il fascismo; essere antifascisti oggi, significa impedire che quest’ordine risorga, assumendo altre sembianze politiche, diverse da quelle che assunse durante il Ventennio.

La guerra di liberazione fu anche una promessa di rivoluzione sociale, perché in Italia la conquista della democrazia politica è intrecciata in modo inestricabile alla lotta per un radicale cambiamento economico e sociale. La Resistenza ha rappresentato un secondo Risorgimento, e con il Risorgimento ha voluto porsi in continuità, perché ne ha dovuto realizzare le promesse di emancipazione sociale e politica.

8. Il momento culminante del progresso civile repubblicano fu anche il periodo più drammatico della sua storia. Fu la stagione di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer. Le forze un tempo riunite nel CLN tentavano di rimettersi insieme, in barba ai veti geopolitici che venivano da Est come da Ovest. L’estremismo terroristico contribuì a bloccare il processo.

Sarebbe ingenuo non riconoscere che quel processo fu interrotto anche per persistenti debolezze di tutte le forze politiche allora esistenti. Erano le debolezze che sottendevano la divisione in blocchi del mondo, e, più in generale, le relazioni di potenza.

Il nostro Paese è a sovranità limitata: una delle più tremende conseguenze della scelleratissima scelta di partecipare alla guerra voluta dalla Germania nazista, che del resto nel fascismo ebbe il suo idolo ispiratore.

Fu perché l’Italia non poté sperimentare, a metà anni settanta, tutte le potenzialità della propria Costituzione che alcuni fenomeni degenerativi che accompagnarono la realizzazione di importanti politiche sociali (per esempio lo “stato sociale”, che ancor oggi consente al Paese di far fronte alla crisi economica in corso), presero il sopravvento, portando alla fine ad un grande crollo, quando tutti i partiti che diedero vita alla Costituzione vennero spazzati via.

9. Alcuni, in modo semplicistico, pensano che la dialettica sociale e politica del nostro paese sia racchiusa nello scontro tra ideologie contrapposte: da un lato quelle socialista, comunista, cattolica, azionista, tenacemente stataliste ed ostili al mercato; dall’altro lato quella liberista. Stato contro mercato; iniziativa pubblica contro iniziativa privata.

La storia del nostro paese è un poco più complessa.

La nostra Costituzione è sorta in un Paese ove dal primo Risorgimento fino ad oggi, le utopie liberiste hanno REGOLARMENTE dovuto lasciare il campo ad un organico rapporto di complementarietà tra Stato e mercato. Ed hanno dovuto lasciare il campo, non per merito o per colpa di ideologie e programmi politici, ma perché lo ha imposto la dura realtà dei fatti, perché lo ha imposto il meccanismo di funzionamento delle moderne società.

Il crollo dei partiti che hanno dato vita alla Costituzione ha portato con sé un radicale cambiamento della costituzione economica del Paese, che ha conosciuto uno dei più grandi processi di privatizzazioni del mondo. Nel corso di questo processo le diseguaglianze si sono vertiginosamente approfondite, la povertà e l’esclusione sociale sono aumentate.

Nonostante i numerosi fallimenti storici sperimentati, l’utopia neo-liberista tornava dunque in campo di nuovo, come l’antica opposizione tra Stato e mercato, sbandierata ideologicamente da tutte le nuove forze politiche: tanto da quelle che un tempo si ispiravano ai valori della giustizia sociale, tanto da coloro che devono gran parte della propria fortuna imprenditoriale proprio all’azione dello Stato.

Agli occhi dell’ideologia neo-liberista la grande anomalia italiana finalmente sembrava risolversi: un corposo apparato industriale pubblico, spesso all’avanguardia del progresso economico, ed una immensa e democratica forza sociale popolare organizzata da differenti partiti, non solo di sinistra, crollano sotto i colpi dei cambiamenti geopolitici internazionali e della magistratura.

In questi anni di neo-liberismo la nostra economia non è affatto avanzata, la nostra società non è affatto migliorata, i nostri costumi non sono affatto progrediti; alcuni studiosi parlano, a ragione, di “deindustrializzazione” del Paese.

Sotto i colpi di una crisi economica di immense proporzioni, avente epicentro, come nel ‘29, i Paesi più ricchi ed avanzati del mondo, lentamente ma inesorabilmente oggi tutte le forze politiche in campo vanno riscoprendo che in effetti non esiste, perché NON PUO’ ESISTERE, una opposizione tra Stato e mercato.

10. Occorre allora ricordare e meditare a lungo, alcune parole di Keynes:

E’ nei tempi di crisi che il paradosso della fame nel mezzo di una potenziale abbondanza è più evidente ed oltraggioso. Ma credo che noi soffriamo di una cronica incapacità a vivere al livello consentitoci dalle nostre possibilità tecniche di produzione di beni materiali. Il problema della pianificazione nasce per rimediare a questo fallimento. La pianificazione consiste nel fare quelle cose che sono, per loro natura, al di fuori della portata dell’individuo. Trarre frutto dall’intelligenza collettiva, trovare uno spazio nell’ordine economico delle cose per la capacità decisionale centrale, non significa screditare i risultati dello spirito individuale o dell’iniziativa privata. In realtà sono i risultati di questa iniziativa che hanno posto il problema. Quello a cui dobbiamo porre rimedio è il fallimento dell’intelligenza collettiva, non dico a tenere il passo, ma a non rimanere troppo indietro rispetto ai risultati dell’intelligenza individuale”

Le parole di Keynes si attagliano perfettamente al caso italiano. L’Italia deve infatti riuscire a creare una intelligenza collettiva al passo dei tempi, all’altezza dei problemi che pone l’intelligenza individuale.

Solo così facendo la Nazione, prim’ancora che lo Stato, potrebbe diventare lo strumento attraverso il quale ciascun individuo, direbbero Gramsci ed Einaudi con le stesse parole, avrebbe la possibilità di “attuare integralmente la propria personalità umana”.

Per dirla ancora con Gramsci, solo creando una intelligenza collettiva al passo coi tempi la Nazione cesserebbe di essere “alcunché di definitivo e di stabile” e diventerebbe “un momento dell’organizzazione economico-politica degli uomini”, “una conquista quotidiana, un continuo sviluppo verso momenti più completi, affinché tutti gli uomini possano trovare in essa il riflesso del proprio spirito, la soddisfazione dei propri bisogni”.

Lo Stato, quindi, può e deve trasformarsi, come anche la Costituzione: Stato e Costituzione possono trasformarsi perché sono strumenti al servizio della comunità nazionale.

Possono però trasformarsi solo a patto che non vengano posti al servizio di una parte soltanto della comunità: una classe, un ceto, una (supposta) “razza”, una religione, un territorio, un gruppo.

La domanda di autogoverno federale che oggi sale potente dal Nord del Paese, è una domanda di democrazia, economica come politica, se rimane incardinata sui valori della nostra Costituzione. Se invece prevarranno classismo, elitismo, razzismo, territorialismo, ancora una volta le classi economicamente egemoni avranno la responsabilità di trascinare il Paese sulla via dello scontro, civile e sociale, avvitando la comunità nazionale in una profonda crisi sociale.

11. Quale è, dunque, il problema italiano?

Il problema italiano è che la complementarietà tra Stato e mercato ha costituito, spesso, lo strumento attraverso il quale si socializzano perdite che sono solo individuali, e si privatizzano i guadagni conseguiti collettivamente. Collettivizzando le perdite individuali, lo Stato è stato lo strumento attraverso alcuni ceti sociali hanno consolidato i propri privilegi, la propria ricchezza, il proprio potere, finendo per diventare gruppi parassitari ed impedendo alla comunità nazionale di progredire. Invece che essere lo strumento attraverso il quale l’insieme della collettività nazionale raggiunge i propri obiettivi, in Italia l’azione pubblica ha avuto spesso un indelebile connotato di classe, è stata lo strumento per approfondire, perpetuare e cristallizzare antistoriche diseguaglianze sociali.

Il crollo dei partiti che hanno dato vita alla nostra Costituzione non si è tradotto nella nascita di nuove, organiche culture di governo; non esiste nessuna nuova riflessione sistematica, dottrinaria e pratica, concernente la cosa pubblica; l’incapacità di governo dimostrata dalle nuove forze politiche si è tradotta, meschinamente, in un attacco al nostro patto fondamentale.

La degenerazione degli antichi partiti, ha lasciato il posto a nuove forme di degenerazione. Oggi esistono “padroni” ad un tempo di partiti, di mezzi di informazione, di settori industriali; padroni che utilizzano lo Stato per propri esclusivi fini e per tentare di dominare perfino le coscienze.

12. Sono ormai numerosi e autorevoli i pensatori e gli osservatori, italiani e stranieri, che, attraverso le lenti di diverse tradizioni politiche (da quelle conservatrici a quelle socialiste), denunciano il gravissimo stato di decadenza civile del nostro Paese.

Alcuni hanno parlato di “sultanato”, altri di “autocrazia”; altri ancora, pur non parlando di totalitarismo, non riconoscono comunque più i caratteri di una società liberal-democratica, perché sono venuti meno la separazione dei poteri, la libertà di informazione, il pluralismo; altri ancora mettono il luce il servilismo che ormai caratterizza i nostri costumi, dove prevale “l’adulazione, la simulazione, il cinismo, il disprezzo per gli spiriti liberi, la venalità, la corruzione, la cortigianeria, l’arrivismo”.

Dapprima si pensava fosse un problema di invadenza dei partiti e dello Stato nella sfera della iniziativa economica dei privati; poi si è detto che le cause dei “mali italiani” risedevano nelle nostre istituzioni politiche, farraginose e “bloccate” da antistoriche divisioni geopolitiche; oggi, infine, si punta il dito contro i “costumi” degli italiani, cioè il loro profilo morale, e quindi la loro educazione, anche religiosa.

In effetti, molti italiani sentono l’esigenza di capi carismatici, di super uomini tutti terreni oppure unti del signore misticamente in contatto con lo “spirito del popolo” e in grado di indicare la via, di offrire protezione, conforto, speranza. Molti italiani, insomma, hanno bisogno di padroni, che spieghino loro che cosa pensare e che cosa fare.

Anche coloro che oggi si appellano alla libertà di coscienza, poi vogliono imporre per legge a tutti i loro particolari convincimenti morali, violando il principio dell’autodeterminazione.

Anche coloro che invocano la necessità delle “riforme” operano in effetti delle vere e proprie “controriforme”, cioè anelano ad un arroccamento oligarchico delle istituzioni e della società.

13. Oggi stiamo dunque vivendo un passaggio storico fondamentale: l’articolo 3 della nostra Costituzione ci avverte che se non rimuoviamo gli ostacoli di natura economica e sociale che impediscono l’effettivo esercizio di tutti i diritti individuali, allora questi diritti appunto scompaiono nel nulla, non vengono di fatto esercitati. Democrazia formale e democrazia sostanziale in Italia sono principi e processi inscindibili.

Se solo abbiamo il coraggio e l’onestà di guardare in faccia la realtà dei fatti, è evidentissimo che in Italia oggi ci sono forze politiche e sociali che stanno erodendo la democrazia formale, cioè gli istituti della sovranità liberal-democratica; è evidentissimo che il Paese ha conosciuto e conosce una secca polarizzazione sociale; è evidentissimo che sono aumentati i divari di ricchezza e di opportunità sociali; è evidentissimo che ristretti gruppi sociali addirittura anelano a ristabilire disparità civili.

Ho udito banchieri auspicare che venisse ristabilito, come durante il feudalesimo, un diritto di eredità che impedisce, discriminando tra i figli, la dispersione dei patrimoni.

E come non pensare alle migliaia di lavoratori extra-comunitari che non godono del diritto di voto, e che sono, di fatto, ridotti in uno stato di semi-schiavitù? Come non capire che la loro condizione contribuisce potentemente a ridurre di fatto in stato di semi-schiavitù anche coloro che ancora il voto lo possono esprimere e che, impauriti, oggi talvolta cercano protezione in arcaici e antistorici metodi di difesa? Come non pensare all’irresponsabile ideologia che magnifica le virtù della flessibilità del lavoro?

Come non accorgersi che il potere economico e politico controllano sempre più capillarmente l’informazione e indirizzano sempre più la ricerca scientifica e la produzione culturale?

14. La nostra Repubblica rischia di soccombere sotto i colpi dell’interesse particolaristico.

Il padre fondatore del liberalismo, Adam Smith, riteneva che coloro i quali sono abituati e sono particolarmente capaci nel perseguire l’interesse personale, sono, perciò stesso, i meno adatti a perseguire l’interesse generale.

Smith segnalava che una società in decadenza economica e politica, dove cioè non esiste la separazione dei poteri, dove la magistratura non è indipendente dal governo, e dove l’ignoranza è diffusa, è caratterizzata dalla crescente povertà dei molti e dalla crescente ricchezza di alcuni, è cioè caratterizzata dalla crescente ricchezza proprio di coloro che confondono l’interesse generale con il proprio e pretendono di dirigere, e dirigono di fatto, la macchina pubblica.

Una componente rilevante delle classi economicamente egemoni nel nostro Paese ha sempre avuto atteggiamenti eversivi dell’ordine costituito, appena quest’ordine ha tentato di realizzare la democrazia formale e sostanziale, appena è divenuta concreta la possibilità di uno sviluppo economico e civile diffuso, appena le leggi vengono fatte imparzialmente rispettare.

15. Sembrerebbe che la nostra Repubblica non abbia elaborato gli anticorpi legali e reali necessari per proteggersi da una irreversibile degenerazione, che ricorda il passaggio che dalle libere repubbliche italiane condusse alle signorie e quindi al dominio straniero.

Tuttavia l’articolo 41 della nostra Costituzione recita che “l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”.

Oggi sono i problemi posti dalla iniziativa economica privata, a livello mondiale come a livello nazionale, a livello economico come a livello politico, ad imporre una profonda riorganizzazione dell’agire collettivo. Pena il disfacimento della Nazione.

Ai fini di questa riorganizzazione i valori codificati nella nostra Costituzione sono ancora validissimi, e validissimo è il programma economico-politico che racchiudono.

In Italia non è vero che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” (art. 3).

Non è vero che la Repubblica “promuove tutte le condizioni” che rendono effettivo “il diritto al lavoro” (art. 4).

Non è vero che la Repubblica “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica” (art. 9).

Non è vero che la Repubblica “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11).

In Italia non è vero che “la Repubblica agevola con misure economiche la formazione della famiglia” (art. 31).

Non è più vero che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole senza oneri per lo Stato” (art. 33).

Non è vero che “L’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita” (art. 34).

In Italia non è vero che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” (art. 34).

Non è vero che l’iniziativa privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41).

Non è vero che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” (art. 41).

Non è vero che “la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende” (art. 46).

In Italia non è vero che “il voto è personale ed eguale” (art. 48).

Non è vero che la Repubblica “promuove le pari opportunità tra donne e uomini” (art. 51).

Non è vero che “Tutti” concorrono “alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53).

In Italia non è vero che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche” le adempiono “con disciplina ed onore” (art. 54).

Questo sommario elenco di inadempienze attesta che esiste una differenza tra Costituzione formale e Costituzione materiale del Paese, tra Paese legale e Paese reale. E’ la litania che ossessivamente ripetono tutte le forze oligarchiche, tutti coloro che si oppongono al progresso civile: il Risorgimento, la Resistenza, la Costituzione, il rispetto delle leggi fu ed è opera di minoranze, e dunque perché non rinunciare a ciò che queste minoranze riuscirono e riescono a conseguire?

Si tratta di una litania da respingere con intransigenza: l’elenco di inadempienze costituzionali non invita affatto alla rassegnazione, all’abbandono dell’impegno civile: la democrazia formale e la democrazia sostanziale sono il risultato di una conquista quotidiana, e oggi sono entrambe sottoposte ad un attacco senza precedenti.

L’elenco di inadempienze costituzionali racchiude, in effetti, un efficace e organico programma di governo per portare il Paese fuori dalla crisi in cui versa. Realizzando i dettami costituzionali il Paese può uscire dalla crisi che lo avviluppa.

Coloro che oggi hanno la maggioranza parlamentare anche grazie a leggi elettorali antidemocratiche, sappiano che grande parte del Paese ritiene che i valori costituzionali rappresentano una pietra miliare del progresso civile.

Coloro i quali ancora credono nei valori della Costituzione riscoprano il sentimento del coraggio, l’audacia, la risolutezza e l’intransigenza che impone la difesa delle istituzioni, riconoscano le virtù e i doveri che impone l’appartenenza ad una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Tra questi, spicca il dovere di voto e quindi di organizzazione politica e sociale, e il dovere di difendere attivamente la Costituzione, anzitutto rendendone effettivi i dettami, e, in secondo luogo, rendendo inoffensivi i nemici delle libertà. Dopo la Prima Guerra Mondiale, in Italia e in Germania furono regimi politici irresoluti a lasciare il campo a forze che trascinarono l’Europa e il mondo in una tragedia senza pari nella storia.

E’ necessario ed urgente che le forze economicamente e moralmente sane del Paese ritrovino coraggio, dignità, intransigenza, unità, consapevolezza della propria missione storica: grazie alla Resistenza, la Nazione ha elaborato gli anticorpi culturali necessari per risollevarsi; basta saperli e volerli ritrovare e basta saperli e volerli tradurre in concrete e lungimiranti politiche di governo.

Questo 25 aprile non deve e soprattutto non può limitarsi ad essere una celebrazione. Può e deve essere l’inizio di una nuova stagione di libertà, di democrazia, di giustizia sociale.

Viva la Resistenza, viva l’Italia, viva la Costituzione, viva la libertà!